Quale futuro per l’Osteopatia in Italia?
Quale futuro per l’Osteopatia in Italia?
A cura di Dr. Oliviero Bonetti, D.O.
Laureato in Fisioterapia e successivamente diplomato in Osteopatia presso il C.E.R.D.O. nel 2003. Dal 2006 docente presso le scuole di osteopatia C.E.R.D.O. e I.C.O.M.M.
Laureato in Scienze Biologiche con lo scopo di approfondire le conoscenze scientifiche adatte a capire meglio i fondamenti della disciplina osteopatica ed interpretare le intuizioni di Andrew Taylor Still.
Presidente dell’Associazione per la Professione Osteopatica (APROS) e dell’associazione di ricerca Omicron Beta.
Attualmente sta ultimando la laurea magistrale in Neurobiologia e sviluppando un lavoro di tesi e ricerca presso l’Istituto di Biochimica e Biologia Cellulare del CNR, nel campo delle Neurobiologia dei Tumori. Lo studio si indirizza nella relazione tra stress, attivazione del sistema neurovegetativo e risposta immunitaria antitumorale.
L’Osteopatia sta attraversando un momento storico, dopo circa 40 anni di presenza sul territorio è stata riconosciuta come professione sanitaria.
Quarant’anni di mancata regolamentazione, hanno permesso a chiunque di fregiarsi del titolo di osteopata o spacciarsi per tale. Il vuoto legislativo ha creato una situazione in cui, sui social ed in televisione, imperversano spesso pseudo-professionisti, imbonitori, fenomeni da baraccone e “scrocchiatori” dell’ultim’ora, i quali tutto fanno tranne che Osteopatia. A loro si associano neodiplomati e personaggi vari (spesso senza alcuna laurea scientifica) che si ergono a grandi scienziati, senza aver mai messo piede in un’Università vera e tanto meno in un laboratorio.
Il mondo osteopatico italiano è diventato estremamente eterogeneo, con una minoranza di bravi professionisti da una parte e tantissimi “polli che si credono aquile” dall’altra. In questi quarant’anni molti colleghi hanno cercato di diffondere i reali principi della disciplina, riferendosi a Still, Sutherland, Korr, Frymann e a tutti i padri dell’Osteopatia, mentre “altri”, al contempo, ne hanno travisato il senso, tradito i principi e svilito il significato facendo apparire l’Osteopatia un mero insieme di tecniche rivolto a far passare un banale mal di schiena…magari solo con un paio di scrocchi.
Ricordo che l’Osteopatia è molto di più. Essa è nata per curare malattie…e gli osteopati se ne dovrebbero fare una ragione. L’Osteopatia non è solo pratica, ma anche tanto studio.
Ricordo che negli USA (dove è nata) gli osteopati hanno la stessa preparazione di base dei medici, tanto è vero che sono considerati medici a tutti gli effetti…e c’è un motivo per questo. Il dott. James Polk, ad esempio, è un osteopata ed è capo medico della NASA.
Capire e praticare l’Osteopatia è molto difficile, richiede studio continuo, approfondimento, pratica quotidiana. Per fuggire da tutto questo, è stata trasformata, da molti, in qualcosa di diverso, in qualcosa di edulcorato.
Con queste premesse, siamo tutti contenti che l’Osteopatia sia stata riconosciuta nel nostro Paese; ma dobbiamo porci una domanda: “COME siamo stati riconosciuti?”. C’è il rischio reale che per come siamo stati riconosciuti si favoriscano i fenomeni da baraccone e non i veri osteopati.
Siamo stati relegati nelle professioni sanitarie (quindi siamo solo dei tecnici) della prevenzione (quindi non nella cura) e con un campo di applicazione ristretto al solo sistema muscolo-scheletrico (come chiaramente scritto nel profilo professionale).
Negli scorsi mesi, si sono visti “colleghi” stappare bottiglie di Champagne e rallegrarsi per i risultati ottenuti. In molti hanno dato interpretazioni personali del profilo senza alcun valore giuridico. Sui social, alcuni “entusiasti” si arrampicano sugli specchi cercando di difendere, a tutti i costi, questo riconoscimento e facendo passare lo sterco per cioccolata. Forse questi sono risultati positivi per alcuni, ma non per me!
Il profilo tradisce qualsiasi principio osteopatico e svilisce la professione. Esso crea confusione, imbarazzo e restrizioni operative che avranno una ricaduta negativa importante, anche economica, sulla vita professionale.
Il decreto delimita il campo operativo esclusivamente all’ambito dell’apparato muscolo-scheletrico. Sorgono spontanee delle domande: “Dove è la globalità del corpo? Da domani l’osteopata potrà lavorare su un’asma? Oppure su una gastrite? O su una dismenorrea? Sulla fertilità maschile o femminile? Su un paziente oncologico?”.
Si potrà lavorare in fase acuta?
Si potrà aprire un centro osteopatico specializzato su disturbi gastroenterici, cardiologici, urogenitali, oncologici, ecc.? Leggendo il profilo, la risposta a tutte queste domande è NO!
L’Osteopatia lavora su tutti i sistemi, sulle loro interrelazioni, sui processi di autoguarigione ed autoregolazione, sulla salute e sulle capacità di combattere la malattia…ma questo non è stato (o non vuole essere) capito da molti “colleghi”.
Il profilo recita: “…non riconducibile a patologie”. Anche con questa frase crolla uno dei principi cardine della disciplina. L’Osteopatia non è solo preventiva, è anche curativa, adiuvante e palliativa come scritto sulla norma europea CEN16686 che è stata sbandierata per anni, durante l’iter di riconoscimento, e che poi è stata puntualmente disattesa. Inoltre, bisognerebbe ricordare ciò che diceva Andrew Taylor Still!
L’Osteopatia può intervenire su tutti i disturbi funzionali di qualsiasi apparato e su alcune patologie organiche. In quest’ultimo caso, si deve collaborare, ovviamente, col medico specialista a complemento del trattamento farmacologico e/o chirurgico e con tutte le altre figure sanitarie.
Vorrei spendere due parole per la nuova laurea triennale in Osteopatia. Una triennale non è assolutamente sufficiente per formare un osteopata competente. Inoltre, negli ordinamenti didattici ci sono materie sostanzialmente inutili, mentre quelle che dovrebbero essere approfondite sono svolte in modo estremamente superficiale e spesso ristretto al solo apparato muscolo-scheletrico, vedi l’anatomia e la fisiologia. Questo ordinamento fornisce le competenze sufficienti a svolgere la professione di “massaggiatore da spiaggia”, non di osteopata.
In ultimo, parliamo del riconoscimento dei titoli. In realtà, cosa hanno riconosciuto? Tutti noi saremo chiamati a dimostrare con un esame abilitante, davanti ad una commissione non ben specificata, di saper fare il nostro mestiere. Ci sono colleghi che lavorano da 10, 20, 40 anni, alcuni dei quali hanno fatto la storia dell’Osteopatia italiana e che, per poter continuare a lavorare, dovranno essere giudicati, da non si sa chi (o meglio si sa…ovvero da quei “colleghi” che già si stanno inserendo nelle università contenti di come stanno andando le cose).
Studenti e diplomati che hanno trascorso 5 o 6 anni a studiare, spendendo tantissimo in termini di denaro ed impegno, dovranno svolgere esami integrativi in materie superflue con ulteriori costi aggiuntivi ed inutili perdite di tempo.
Inoltre, su cosa verremo valutati? Sulle competenze volute dal profilo professionale o su quelle che un osteopata realmente dovrebbe avere? Sui concetti della “falsa Osteopatia” così tanto voluta ed ora riconosciuta o di quella vera?
Questo non è un riconoscimento dei titoli, esso rappresenta un totale disconoscimento di anni di studio e di professione. Personalmente lo ritengo offensivo.
Si dovranno sostenere, quindi, esami integrativi ed esami abilitanti…con quale fine? Ottenere una laurea estremamente limitante!
Chi è già fisioterapista (gran parte degli osteopati), non avrà alcuna convenienza a sostenere tutti questi esami. Il fisioterapista può lavorare nella cura e su tutti gli apparati, basterà non dire di fare “osteopatia”. In più, chi è fisioterapista (ma non ancora osteopata) potrà farsi riconoscere moltissimi esami ed ottenere anche la laurea in Osteopatia in un anno o poco più.
Quale sarà il peso dell’Osteopata una volta entrati nel Sistema Sanitario Nazionale? Quale sarà il nostro posto nella gerarchia medico-sanitaria? A quanto ammonteranno le tariffe e gli stipendi? Tutto sarà rapportato alle responsabilità, al campo operativo ed all’iter di studio svolto.
Tutto ciò rappresenta una sconfitta per la nostra categoria e per la disciplina. Non capisco, infatti, come diversi “colleghi” possano essere contenti.
Per finire, vorrei sottolineare il fatto che l’Osteopatia se fosse stata diffusa nel modo giusto fin dall’inizio, non avrebbe creato nessun conflitto con altre categorie professionali come, ad esempio, i fisioterapisti. L’osteopata vero può e deve collaborare con tutte le altre discipline. La figura dell’osteopata deve essere promossa come collante tra professionisti medici e sanitari. L’Osteopatia non toglie lavoro agli altri, lo crea. Questo aspetto non è stato capito né dai fisioterapisti, né da molti osteopati.
Concludendo, questi sono i risultati ottenuti dopo anni di “battaglie” per il riconoscimento; risultati ottenuti da chi ha accettato compromessi inaccettabili, da chi ha voluto un riconoscimento a tutti i costi, da chi ha chinato la testa!
L’Osteopatia italiana era agonizzante da tempo, ma in questo modo le stiamo dando il colpo di grazia.
Per ulteriori approfondimenti potete vedere un mio intervento alla Camera dei Deputati su YouTube ( https://www.youtube.com/watch?v=yxG_LKkRKWU ).
Dr. Oliviero Bonetti, D.O.
