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Osteopatia in Italia: intervista a Mauro Longobardi, Presidente del ROI

Osteopatia in Italia: intervista a Mauro Longobardi, Presidente del ROI

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Il Presidente del Registro degli Osteopati d’Italia racconta la fase attuale della professione, tra riconoscimento, albo, formazione universitaria, equipollenze e futuro dell’osteopatia nel sistema sanitario.

Mauro Longobardi è l’attuale Presidente del Registro degli Osteopati d’Italia, associazione di categoria fondata nel 1989 e che conta oltre 5.200 soci attivi su tutto il territorio nazionale.

Longobardi è socio n. 32 del ROI dal 1993 e nel corso degli anni ha ricoperto all’interno dell’associazione vari incarichi, come componente della Commissione Didattica, Proboviro, Coordinatore della Commissione di uniformazione dei programmi degli istituti scolastici, Vicepresidente dal 2014 al 2020, Segretario Generale dal 2020 al 2025 e referente organizzativo di molti Congressi del ROI.

Esercita come osteopata a Roma e per oltre 25 anni ha svolto attività di docenza, graduate e post-graduate, tutoraggio clinico e coordinazione della didattica.


1. Alla luce della fase attuale dell’osteopatia italiana, qual è secondo lei la priorità più importante per la professione oggi?

La priorità oggi è chiudere il percorso di riconoscimento per consentire all’osteopatia di entrare a pieno titolo nel sistema sanitario e ai professionisti di essere regolamentati attraverso il sistema degli elenchi speciali che si attiverà con la pubblicazione del relativo decreto. Siamo arrivati a una fase conclusiva di un iter lungo e complesso, ora l’obiettivo è creare le condizioni affinché l’osteopata possa essere parte integrante dei percorsi di cura e dei modelli organizzativi della sanità.

Questo significa accompagnare in modo ordinato la fase di transizione, garantendo chiarezza ai professionisti e qualità ai cittadini, ma soprattutto lavorare perché l’osteopatia possa esprimere concretamente il proprio ruolo all’interno del sistema salute, in un’ottica di integrazione e collaborazione con le altre professioni sanitarie.


2. Dopo il riconoscimento della professione, quali risultati concreti ritiene siano stati realmente raggiunti e quali passaggi restano ancora da compiere?

I risultati raggiunti sono significativi e hanno cambiato profondamente il posizionamento dell’osteopatia in Italia. Con passaggi politico-istituzionali tutt’altro che scontati si è evitato che l’osteopatia fosse regolamentata come pratica specialistica di un’altra professione. Oggi la nostra professione dispone di un perimetro normativo definito, di una collocazione nell’area della prevenzione, di una prospettiva accademica strutturata e di una piena legittimazione istituzionale. Sono passaggi che hanno dato all’osteopatia una base solida e riconoscibile all’interno del sistema delle professioni sanitarie.

I prossimi passaggi sono altrettanto decisivi: accompagnare i professionisti nel percorso verso l’Albo, attraverso l’attuazione del sistema delle equipollenze; garantire un’elevata qualità dei nuovi corsi universitari, affinché rappresentino un reale valore per la professione; favorire la progressiva integrazione dell’osteopatia nel sistema sanitario nazionale e nei contesti assistenziali, dove potrà esprimere concretamente il proprio contributo.

Questi ambiti sono strettamente interconnessi: senza una regolamentazione ordinistica le università incontrano significative difficoltà nel reperire docenti qualificati per gli insegnamenti caratterizzanti. Analogamente, senza una progressiva autorizzazione dell’erogazione delle prestazioni osteopatiche all’interno delle strutture sanitarie, diventa complesso individuare contesti clinici idonei per lo svolgimento dei tirocini pratici.

È pertanto necessario sostenere il sistema universitario nel consolidamento e nello sviluppo di corsi di laurea sempre più strutturati ed efficaci, favorendo in modo più organico una trasformazione qualitativa della formazione accademica sanitaria, orientandola verso modelli che prevedano anche un incremento della durata della formazione di base.


3. Quali sono, a suo avviso, le principali criticità della fase di attuazione che stiamo vivendo?

Le principali criticità riguardano la necessità di rendere coerente e operativa la cornice normativa che è stata costruita. Un primo elemento riguarda il profilo professionale: alcune interpretazioni restrittive, in particolare sul tema delle “disfunzioni somatiche non riconducibili a patologie”, hanno generato incertezza sugli ambiti di intervento dell’osteopata. Il profilo avrebbe potuto essere redatto con maggior precisione, ma è opportuno chiarire che il riferimento alle patologie riguarda l’oggetto dell’intervento e non il profilo del paziente. Pertanto, non deve essere interpretato come limitativo del ruolo del professionista, il quale può contribuire lungo l’intero continuum della prevenzione.

Un secondo aspetto riguarda proprio la collocazione dell’osteopatia nella prevenzione, che non deve essere intesa in senso riduttivo. L’ambito è trasversale e comprende anche la prevenzione terziaria, quindi il supporto alla cronicità, alla fragilità e alla gestione delle disabilità funzionali. Limitare l’osteopatia alla sola prevenzione primaria significa commette un errore sia scientifico sia giuridico, attribuendo limiti non presenti nel profilo, né previsti per l’area sanitaria di appartenenza, né dalle norme.

Va ricordato inoltre che la prevenzione non esclude la cura: nella prevenzione terziaria è uno strumento essenziale per ridurre complicanze, disabilità e recidive, come riconosciuto sia dalla letteratura internazionale — OMS — sia dalla normativa italiana — Piano Nazionale della Prevenzione, Piano Nazionale della Cronicità.

Infine, per consentire un’integrazione progressiva e sostenibile nel SSN è necessario lavorare sui modelli organizzativi territoriali e sui percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali in raccordo con i nomenclatori LEA.

Su tutti questi punti il ROI è impegnato in un’attività di confronto istituzionale e legislativo, con l’obiettivo di garantire un corretto inquadramento della professione nel sistema salute.


4. Sul tema dei titoli pregressi e dell’equipollenza, quali sono oggi i punti che ritiene più delicati o bisognosi di chiarimento?

Il tema delle equipollenze è centrale perché riguarda il riconoscimento di percorsi formativi sviluppatisi parallelamente a una storia professionale costruita in quarant’anni di attività.

Bisogna trovare un equilibrio tra il riconoscimento della formazione e l’esperienza maturata dai professionisti e l’esigenza di regolamentare una nuova professione sanitaria, attraverso modelli già adottati per le altre professioni del settore e standard coerenti con il nuovo assetto universitario.

Non si tratta di un automatismo, né di una sanatoria o di una scorciatoia, ma di un percorso regolatorio equo e trasparente che, anche grazie a un impegno collaborativo dei professionisti, mira a garantire la piena legittimazione dello status di professionista sanitario.

La sfida è costruire un passaggio ordinato verso l’Albo, strumento di tutela per cittadini e professionisti, e consolidare la credibilità della professione nel nuovo contesto sanitario.


5. C’è il rischio che questa fase generi divisioni o incomprensioni all’interno della professione? In che modo si può, secondo lei, preservare un senso di coesione?

Il rischio esiste ed è naturale in una fase di transizione così importante, ma la coesione della professione è una responsabilità collettiva.

Per preservarla è fondamentale evitare semplificazioni e fenomeni di disinformazione. Non è coerente, infatti, da un lato lamentare criticità come la scarsa tutela dei pazienti, la deregulation informativa sui social e le carenze qualitative dei professionali — che, peraltro, non possono essere attribuite ai più recenti percorsi universitari — e dall’altro osteggiare proprio l’introduzione di una regolamentazione ordinistica, che vuole invece garantire maggiore tutela per cittadini e professionisti.

In una fase come questa, la chiarezza del quadro informativo è essenziale: i professionisti devono essere messi nelle condizioni di comprendere il percorso in atto, senza alimentare né aspettative irrealistiche né timori infondati.

Allo stesso tempo, è importante riconoscere il valore dei diversi percorsi che hanno contribuito allo sviluppo dell’osteopatia in Italia. La professione si è costruita attraverso esperienze formative eterogenee, ma oggi è chiamata a trovare una sintesi all’interno di un quadro comune. La coesione si costruisce mantenendo fermo un obiettivo unitario: rafforzare la professione e accompagnarla verso una piena maturità istituzionale e professionale.


6. Quale ruolo dovrebbe avere il ROI nei prossimi anni, in questa fase di consolidamento e definizione dell’identità professionale dell’osteopatia italiana?

Il ROI deve continuare a rappresentare un punto di riferimento per la categoria, svolgendo una funzione di garanzia nel processo di consolidamento della professione.

Da un lato, deve accompagnare i professionisti oggi in attività, offrendo informazione, orientamento e supporto in un passaggio complesso come quello verso l’Albo. In questa fase di passaggio, in cui l’albo professionale non è stato ancora istituito, resta centrale la funzione di rappresentanza istituzionale. È quindi fondamentale continuare a dare voce alla professione nei tavoli di confronto con le istituzioni, contribuendo in modo responsabile e proattivo alla definizione del futuro dell’osteopatia all’interno del sistema sanitario.

Dall’altro lato, il ROI deve continuare a creare le condizioni per la crescita dei professionisti di domani, promuovendo la qualità della formazione, l’aggiornamento continuo e lo sviluppo della ricerca. In questa prospettiva, è chiamato ad assumere un ruolo tecnico-scientifico per favorire la produzione di evidenze, l’elaborazione di raccomandazioni e buone pratiche, nonché la definizione di documenti di posizionamento, linee di indirizzo e linee guida.

Il ROI è un’associazione dotata di importanti potenzialità e risorse, sostenuta da un direttivo competente, con solide prerogative scientifiche e una base associativa ampia e coesa.


7. Come immagina il rapporto tra il nuovo percorso universitario e l’esperienza maturata dagli osteopati formati secondo i percorsi precedenti?

Credo sia importante, prima di tutto, riconoscere il grande valore formativo che le scuole di osteopatia italiane hanno espresso negli ultimi quarant’anni. Alla luce della mia lunga esperienza come docente e come membro della Commissione Didattica del ROI, posso affermare che queste realtà hanno rappresentato a lungo il cuore dell’identità culturale dell’osteopatia nel nostro Paese, contribuendo in modo determinante alla crescita di intere generazioni di professionisti.

Si tratta di un patrimonio di competenze, visione e valori che deve essere preservato e rilanciato, anche attraverso il coinvolgimento di docenti provenienti da queste esperienze nei nuovi contesti accademici e nei percorsi di formazione post-laurea e specialistica.

Allo stesso tempo, è necessario essere chiari: i titoli rilasciati dai percorsi formativi privati, pur di indiscutibile valore culturale e scientifico, non disponevano di un adeguato riconoscimento giuridico. Una lacuna rilevante, poiché proprio il riconoscimento normativo è una condizione imprescindibile per l’esercizio di una professione sanitaria. Per questo è stato necessario intraprendere una scelta verso un percorso di regolamentazione e integrazione, volto a collocare l’osteopatia in un quadro normativo coerente con quello delle altre professioni sanitarie, garantendo ai professionisti uno status chiaro, solido e inattaccabile.

In questa prospettiva, il percorso universitario è un passaggio decisivo, perfezionabile e ulteriormente integrabile, ma imprescindibile. Introduce standard formativi omogenei, rafforza la qualità del sistema e consente una piena integrazione dell’osteopatia nel contesto accademico e sanitario.

Questa evoluzione deve però sapersi innestare sull’esperienza maturata da chi ha costruito la professione negli anni, evitando sia ogni forma di discontinuità o dispersione del patrimonio esistente, sia atteggiamenti pregiudiziali o sterili contrapposizioni. Per questo è indispensabile un coinvolgimento attivo dei professionisti nella progettazione e nello sviluppo dei corsi. Solo così sarà possibile coniugare innovazione e continuità, tutelare l’identità della professione, in particolare della dimensione clinica e della specificità del ragionamento osteopatico, e valorizzarne pienamente il patrimonio culturale e scientifico.


8. Guardando ai prossimi anni, quale auspicio o quale direzione ritiene più importante per il futuro dell’osteopatia in Italia?

Il futuro dell’osteopatia passa dalla piena integrazione nel sistema sanitario, mantenendo al tempo stesso una forte identità professionale. Ciò implica completare il percorso di regolamentazione, investire in una formazione di qualità e creare le condizioni perché l’osteopatia possa contribuire in modo concreto alla salute dei cittadini, in particolare negli ambiti della prevenzione, della cronicità e nel lavoro in team con le altre professioni sanitarie.

In questo quadro, un ruolo decisivo è giocato dalla ricerca e dalla produzione di evidenze scientifiche, fondamentali per consolidare l’affermazione culturale dell’osteopatia e favorire l’adozione di un linguaggio condiviso con le altre scienze sanitarie.

La sfida è trasformare questo percorso in una reale opportunità di crescita: per la professione, chiamata a esprimere maturità e visione, e per il sistema sanitario, che può trovare nell’osteopatia un interlocutore competente e integrato. L’auspicio è che questo processo continui a svilupparsi con coerenza e responsabilità, contribuendo a costruire un modello di cura sempre più centrato sulla persona, sulla qualità e sull’integrazione delle competenze.

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