Osteopathy Around the World (Australia)
Osteopathy Around the World (Australia)
Intervista a Francesco Galati, osteopata in Australia
1. Ci racconti brevemente il tuo percorso?
Il mio percorso è iniziato quasi per caso. Nel lontano 2016, mentre giocavo a basket, ho subito un grave infortunio e in quel periodo ho visto diversi professionisti. L’osteopata è stata però la figura che più di tutti mi ha colpito, perché non si concentrò soltanto sulla zona colpita, ma analizzò e mi aiutò anche in altri aspetti, come il mal di schiena, la postura e la rotazione anteriore del bacino.
L’idea di andare in Australia è nata principalmente perché, in Italia, nel 2017 non esistevano ancora corsi di laurea in osteopatia e perché volevo studiare in inglese, così da potermi muovere più liberamente nel mondo. Sono arrivato a Melbourne nel 2018, senza conoscere niente e nessuno, e da lì ho iniziato piano piano il mio percorso.
2. Perché proprio l’Australia?
L’Australia è stata la scelta più praticabile tra quelle che avevo preso in considerazione: una delle altre opzioni non era sostenibile economicamente, un’altra non lo era dal punto di vista ambientale e personale.
Con l’aiuto e il supporto costante dei miei genitori e della mia famiglia, che ancora oggi ringrazio, ho iniziato a valutare seriamente la fattibilità del progetto Australia. Non c’è stato un solo motivo “tecnico” dietro questa scelta, ma piuttosto l’opportunità di imparare contemporaneamente osteopatia e inglese. A questo si aggiungeva anche la possibilità di vivere uno stile di vita diverso rispetto a quello di Milano e dei suoi sobborghi.
Qui il work-life balance è una realtà: lavori quanto vuoi e se vuoi. Però nessuno ti regala niente; se non vali, non vai avanti.
3. Com’è stato il percorso formativo in Australia?
Il percorso formativo dura cinque anni. Ho studiato al Royal Melbourne Institute of Technology (RMIT), conseguendo due titoli: il Bachelor in Health Science e il Bachelor of Applied Science (Osteopathy).
Devo però fare una premessa: due di questi anni sono stati segnati dal Covid, che purtroppo ha ridotto molto la pratica, soprattutto a Melbourne, dove in due anni abbiamo vissuto circa 300 giorni di lockdown.
Detto questo, il percorso offre un buon equilibrio tra teoria e pratica. Personalmente avrei preferito più pratica, perché, a essere onesto, nei primi anni l’esperienza clinica è stata piuttosto limitata. Molta della pratica l’ho fatta con i miei compagni universitari: ci incontravamo ogni settimana per discutere casi clinici e provare tecniche.
Nei primi anni c’è molta teoria e molta anatomia, con alcune materie particolarmente impegnative, come Limb and Trunk Anatomy, Visceral Anatomy e Neuroscience.
Gli ultimi due anni sono invece maggiormente focalizzati sul tirocinio. Nel primo di questi due anni si frequentano due giorni a settimana nella clinica universitaria, dove si ha la possibilità di incontrare pazienti molto diversi tra loro, dai 18 ai 90 anni, sempre sotto la supervisione di un clinician, cioè un osteopata con almeno cinque anni di esperienza. Nell’ultimo anno si può scegliere di trascorrere metà anno in una clinica esterna che sponsorizza il tirocinio oppure continuare in università.
4. Quali sono stati gli aspetti più positivi e quelli più difficili del tuo percorso?
Tra gli aspetti positivi metterei sicuramente il fatto che, nonostante fossi uno studente internazionale, ho sempre ricevuto aiuto e supporto sia dai miei compagni sia dai docenti. Raramente mi sono sentito svantaggiato per questo motivo.
Un ringraziamento va anche a SOMA, l’organizzazione studentesca che organizza workshop per aiutare a migliorare le nostre abilità, ma anche tanti eventi sociali che permettono di conoscere persone di altri anni e di creare un vero gruppo dal primo all’ultimo anno.
Dal punto di vista accademico, il livello delle conoscenze anatomiche è molto alto e le prove pratiche non sono affatto semplici: se non hai studiato davvero, non c’è scampo.
Tra gli aspetti negativi, direi in modo oggettivo che dovrebbero esserci più ore di pratica ogni settimana. Sentendo colleghi in Italia, posso dire tranquillamente che lì si fa molta più pratica. Inoltre, l’inglese è fondamentale: a Melbourne si può vivere anche con un livello non altissimo, ma a livello universitario e clinico non si può fare a meno di una conoscenza almeno pari a un buon B2.
5. Com’è organizzata la tua giornata lavorativa tipo?
Lavoro a South Yarra, un sobborgo benestante di Melbourne. Opero principalmente in una clinica privata e lavoro in media 6-7 ore al giorno. Solo quest’anno ho iniziato a lavorare anche il sabato mattina, su esplicita richiesta dei pazienti.
Generalmente arrivo in clinica circa un’ora prima per preparare la giornata, sia dal punto di vista amministrativo sia per organizzare i treatment plans dei pazienti.
Da circa sei anni, inoltre, sono l’osteopata di una squadra di football australiano e fino all’anno scorso ero con loro ogni sabato, sia per preparare i giocatori sia per essere presente sul campo durante le partite.
Come osteopata tratto praticamente di tutto, a eccezione degli infanti, anche se mi sono specializzato soprattutto in ambito sportivo, nei disturbi dell’ATM/TMJ e nei dolori spinali di vario genere.
6. Quali sono i motivi di consultazione più frequenti nella tua pratica clinica?
Ogni osteopata in Australia risponderebbe in modo diverso, perché dipende molto dalla zona in cui lavora.
Per quanto mi riguarda, vedo molti casi di TMJ, problemi posturali, problematiche sportive e mal di testa. Ho però lavorato anche in altre cliniche e posso dire che i pazienti e le problematiche cambiano parecchio a seconda del contesto.
In particolare, più ci si allontana dalle grandi città, più capita di vedere persone che magari non hanno avuto la possibilità di farsi seguire da qualcuno per anni e che quindi arrivano con quadri più estesi e complessi.
7. Com’è compresa e percepita l’osteopatia dagli australiani?
Anche qui molto dipende dalla regione. La distribuzione degli osteopati in Australia è piuttosto particolare: a Melbourne si concentra circa il 60% di tutti gli osteopati del Paese, ed è davvero impressionante se ci si pensa.
A Melbourne andare dall’osteopata è una pratica piuttosto diffusa e anche ben considerata, visto che possiamo utilizzare il titolo di doctor. Molti professionisti sanitari, come GP, fisioterapisti, chirurghi e altri specialisti, ci inviano pazienti.
Certo, c’è ancora molto da fare per rendere l’osteopatia sempre più centrale, ma essendo gli australiani una popolazione molto attiva sul piano sportivo, almeno a Melbourne la professione è abbastanza conosciuta e riconosciuta.
8. Com’è la relazione con il paziente australiano?
Personalmente, trovo che la maggior parte degli australiani ami chiacchierare durante il consulto. Il silenzio, a volte, viene percepito quasi come un momento di imbarazzo.
L’onestà è fondamentale, anche se a molti piace che la pillola venga un po’ addolcita. Io però preferisco sempre essere chiaro e preciso, anche se a volte questo non è sempre accolto positivamente. Moralmente, dare una diagnosi incompleta o troppo “addolcita” andrebbe contro ciò in cui credo.
Come dice sempre il mio mentore: “Osteopathy is patient centred but practitioner driven.”
9. In Australia che ruolo hanno assicurazioni private e supporto pubblico nell’accesso all’osteopatia?
In Australia, se si possiede un’assicurazione privata con determinati extra, la si può utilizzare direttamente in clinica, così da coprire una parte, se non tutta, la seduta. Secondo me questo è un grande incentivo e rende l’accesso all’osteopatia più semplice.
Un altro aspetto importante è che, se si soffre di un dolore cronico da più di sei mesi e se ne parla con il proprio medico di base, quest’ultimo può rilasciare un piano che può essere utilizzato anche per l’osteopatia, tramite il quale il governo copre parte della spesa per cinque sedute (CDMP). Ovviamente bisogna avere Medicare, che dovrebbe essere l’equivalente più vicino del vostro sistema pubblico di riferimento.
Anche questo contribuisce ad avvicinare nuovi pazienti, oppure persone che hanno semplicemente bisogno di aiuto o di una guida.
10. L’esperienza di studio e di lavoro in Australia ha plasmato il tuo modo di pensare e praticare l’osteopatia?
Sì e no.
Ho avuto la fortuna di iniziare il mio percorso formativo sotto la guida di un brillante osteopata inglese, Danny Williams, che mi ha insegnato molto e continua tuttora a guidarmi quando ho delle incertezze. Non lo nego: a livello di conoscenze non sono ancora minimamente vicino a lui, ma piano piano ci si avvicina.
Lo studio, in generale, ti fornisce una buona infarinatura e ti permette di conoscere rami diversi dell’osteopatia senza essere troppo specifico, pur seguendo comunque un modello strutturale. Il lavoro, però, è ciò che più mi sta formando: ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, sia dal punto di vista tecnico sia da quello relazionale, soprattutto nell’ascolto del paziente.
11. Consiglieresti a un ragazzo di venire in Australia per formarsi o lavorare come osteopata?
Dal punto di vista formativo, credo che in Italia venga fatto un ottimo lavoro e, da quanto mi riferiscono alcuni colleghi italiani, probabilmente anche migliore sotto certi aspetti, soprattutto per quanto riguarda il numero di ore di pratica. Senza entrare troppo nello specifico, credo anche che in Italia ci sia una maggiore attenzione alla storia dell’osteopatia, che io sto recuperando piano piano.
Dal punto di vista professionale, però, l’Australia offre stipendi migliori, maggiore flessibilità e una serenità diversa. Raramente ti senti soffocare o chiuso in un box. Qui ci sono tante possibilità.
Ovviamente, e lo ripeto, se non sai l’inglese non è una strada realmente percorribile.
Dr. Francesco Galati
Osteopath