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QUANDO I D.P.I. LASCIANO “IL SEGNO”

QUANDO I D.P.I. LASCIANO “IL SEGNO”

I Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) sono definiti come attrezzature che devono essere indossate per proteggere il lavoratore da rischi presenti sul luogo di lavoro: l’adeguatezza alle condizioni di lavoro e l’ergonomia sono caratteristiche fondamentali, ma qualche volta i DPI lasciano al lavoratore un “segno” con cui deve “fare i conti”…

Le norme italiane (D.Lgs. 81/2008) e i regolamenti europei obbligano all’utilizzo di tali dispositivi quando c’è un rischio residuo che non può essere eliminato con altri mezzi.

Proprio perché il rischio di danno senza protezione, per la salute e la sicurezza,  supera qualsiasi disagio provocato dal DPI, se un lavoratore non li indossa le conseguenze possono essere molto più gravi o addirittura irreversibili (come lesioni fisiche, menomazioni, malattie professionali che portano a danni permanenti alla salute) fino ad esiti fatali in caso di incidenti gravi. (1)

Senza l’uso di DPI adeguati ci sono ancora decine di migliaia di infortuni sul lavoro ogni anno e centinaia di morti dovuti a traumi evitabili con DPI appropriati.

Le normative però non richiedono solo che i DPI proteggano, ma precisano che non devono causare disagio maggiore del rischio che intendono eliminare (All. II del Regolamento UE 2016/425 e successivi aggiornamenti): si chiede quindi che siano facili da indossare/togliere, adattabili alla forma del lavoratore, non abbiano spigoli vivi o elementi che irritino la pelle e che siano compatibili con altri DPI usati contemporaneamente.

Il comfort non è un elemento secondario: un DPI scomodo può indurre il lavoratore a non indossarlo correttamente o a non indossarlo affatto, riducendo o azzerando la protezione che dovrebbe garantire; al tempo stesso, il lavoratore può adottare movimenti inappropriati o accumulare tensioni muscolo-scheletriche (e non solo) proprio a causa dei DPI .

Il disagio o fastidio derivante da un DPI poco comodo o poco adatto al lavoratore che lo indossa (es. scarpe troppo rigide, guanti che limitano l’agilità di movimento, caschi protettivi stretti) viene definito dal lavoratore come fastidio fisico, sensazione di costrizione, affaticamento, irritazione cutanea, riduzione di comfort durante la giornata: ne deriva una percezione ulteriore di pesantezza del lavoro o ne diminuisce l’attenzione sul luogo di lavoro per un disturbo continuo; talvolta sono effetti temporanei, non gravi, gestibili e possono influenzare la compliance del lavoratore ma in altri casi possono portare a problemi fisici importanti fino a causare adattamenti dannosi muscolo‑scheletrici a breve e lungo termine.

Per motivi etici non esistono studi clinici randomizzati che misurino la differenza tra il loro “uso ed il  non uso” perché esporrebbe deliberatamente al rischio i lavoratori, quindi il confronto diretto è basato su dati osservazionali piuttosto che su sperimentazioni.

Esistono però Studi sugli effetti dell’uso prolungato dei DPI: vediamo solo alcuni tra i più utilizzati per capirne le cause e gli effetti sulla salute del lavoratore.

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MASCHERINE

L’esempio più eclatante è rimasto sotto l’attenzione di tutti nel periodo del Covid-2019: gli effetti collaterali dell’uso prolungato delle mascherine, ad esempio, è stato analizzato da numerosi studi sui professionisti sanitari durante la pandemia (2,3,4)

Oltre il 90 % degli operatori sanitari che indossavano DPI (maschere, occhiali, guanti) per un tempo superiore alle 6 ore consecutive  presentavano segni di danno cutaneo come eruzioni, eritemi, dermatiti da contatto, vesciche e lesioni da frizione, suggerendo una relazione tra durata d’uso ed effetti negativi. (5)

Talvolta la copertura di naso e bocca provoca una sensazione di “fame d’aria”, compensata dal lavoratore con un uso eccessivo dei muscoli respiratori accessori ed un’inattività del muscolo diaframma: ciò si trasforma in tensione sul rachide in toto, data la centralità del muscolo respiratorio principale che condiziona sia la zona cervico-dorsale che quella lombare.

GUANTI PROTETTIVI

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I guanti DPI sono fondamentali per la protezione da rischi chimici, biologici e meccanici, ma oltre ai ben noti disagi cutanei (irritazioni, dermatiti, secchezza, ecc) il loro uso prolungato può contribuire a sintomi muscolo‑scheletrici agli arti superiori soprattutto quando associato a compiti ripetitivi o ad alta richiesta di precisione. Lo strato di materiale tra la pelle e l’oggetto da afferrare limita la sensibilità e la destrezza della mano e richiede maggiore sforzo muscolare per mantenere la presa.

Di conseguenza, l’affaticamento dei muscoli dell’avambraccio e della mano portano ad un aumento del carico biomeccanico soprattutto nei tendini e nel complesso cervico-brachiale, se le attività sono prolungate.

TUTE, CAMICI O ABBIGLIAMENTO DI PROTEZIONE

Un DPI deve essere progettato in modo che l’utente possa svolgere normalmente l’attività lavorativa pur essendo protetto, evitando di ostacolarne l’uso efficace o creando altri pericoli.

La valutazione rischio/beneficio non significa sacrificare la protezione in favore del comfort: significa scegliere dispositivi che garantiscano protezione adeguata e siano allo stesso tempo utilizzabili per periodi prolungati senza creare rischi aggiuntivi, come ad esempio una riduzione della mobilità corporea. La letteratura tecnica evidenzia che indumenti scomodi possono ridurre adesione del lavoratore all’uso corretto, aumentando il rischio di infortuni legati al mancato utilizzo.

La valutazione del rischio, quindi, dovrebbe includere anche l’analisi dell’ergonomia e non solo l’analisi dei pericoli diretti.

Per questo è fondamentale la formazione e l’addestramento: talvolta occorre imparare ad indossarli correttamente perché un DPI poco confortevole e usato male perde efficacia. Sceglierli in maniera corretta o segnalare al Responsabile della Sicurezza eventuali inadeguatezze è fondamentale per il benessere del lavoratore.

E’ importante considerare anche che eccessiva sudorazione, stress termico, irritazioni cutanee da sfregamento (soprattutto nelle pieghe del corpo) sono solo alcuni esempi di disagi legati ad un  abbigliamento protettivo non adeguato e che, in generale, secondo l’approccio della PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) un indumento DPI non adatto può indirettamente contribuire a più silenti “problemi di salute” aumentando stress, irritabilità e senso di insicurezza.
Il modello PNEI mostra che lo stress cronico attiva l’asse ipotalamo–ipofisi–surrene, aumentando il cortisolo; il disagio corporeo costante viene interpretato dal cervello come una minaccia che, nel tempo, potrebbe attivare una risposta infiammatoria e ormonale, con effetti su sistema nervoso, endocrino e immunitario.

OCCHIALI DI PROTEZIONE E VISIERE

Malgrado l’importanza di tali ausili per la salvaguardia della vista, ci sono alcuni effetti collaterali possibili come il disagio visivo e l’affaticamento degli occhi dovuti a scarsa adattabilità, a riflessi o a scarsa nitidezza delle immagini. Di conseguenza il lavoratore può assumere posture incongrue con effetti diretti su collo, su cranio, mandibola e su rachide oltre ad un affaticamento neurologico importante che crea anche un’alterazione del sistema neurovegetativo (es. un’ortosimpaticotonia).

scarpa animata -

LE SCARPE ANTINFORTUNISTICHE

Proviamo a pensare alla scelta accurata delle caratteristiche di una calzatura che ognuno di noi fa per l’acquisto di una scarpa per uso quotidiano: quanti modelli proviamo prima di trovare la calzatura adatta oltre che provarne l’estetica che più ci aggrada?

Spesso le scarpe da lavoro vengono fornite al lavoratore con limitata possibilità di scelta e possono risultare troppo strette o mal adattate, troppo pesanti o poco traspiranti.

Già per sua definizione e funzione, la scarpa antinfortunistica deve proteggere il piede del lavoratore contro schiacciamenti, perforazioni, scivolamenti per evitare gravi menomazioni: viene fornita di puntale le cui dimensioni interne spesso non corrispondono alla forma del piede (spesso si usa un solo puntale per più taglie). Inoltre la pressione diretta sul dorso delle dita e la rigidità generale del materiale di cui è fatta tutta la calzatura riduce il naturale movimento delle singole articolazioni del piede durante la camminata. Il peso aggiuntivo dovuto al puntale in acciaio o alluminio (se non costruite coi più moderni materiali in fibra di vetro/carbonio) e alla struttura generale della scarpa protettiva aumenta il lavoro muscolare e la fatica del lavoratore alterando il movimento fisiologico del piede: ciò può aggravare la distribuzione delle pressioni durante il passo o il mantenimento della stazione eretta. Ne conseguono callosità, vesciche, duroni, unghie ispessite, rigidità complessiva fino a modificare l’andatura dell’arto inferiore che, nel tempo, condizionerà la risposta biomeccanica del rachide. (6,7)

Possono verificarsi anche dolore e patologie non traumatiche come fascite plantare, bursiti, dolore a tutte le articolazioni dell’arto inferiore compreso il rachide, anche in assenza di trauma diretto.

Anche solette, plantari, suole  e tomaie vanno valutati ed è essenziale indossare la calze da lavoro quando si provano calzature nuove prima dell’acquisto.

Certificazioni come EN ISO 20345 garantiscono requisiti minimi di sicurezza, ma all’interno di questi standard bisogna scegliere modelli che equilibrano protezione e comfort.

PROTEZIONE DELL’UDITO

I dispositivi di protezione dell’orecchio come tappi o cuffie antirumore possono dare fastidio auricolare, dolore o irritazioni cutanee se non adeguati alla forma dell’orecchio.

Si ha un aumento dello stress psicologico per una difficoltà di comunicazione nei contesti rumorosi  perché si riduce la capacità di sentire segnali di attenzione o conversazioni.

L’uso prolungato può anche contribuire ad isolamento uditivo non desiderato e, in alcuni casi, anche ad ansia.

ELMETTI / CASCHI DI PROTEZIONE

Vengono utilizzati per prevenire il pericolo di urti, impatti, cadute rovinose o di oggetti in movimento. La pressione costante della cuffia o l’allacciatura del casco sul capo, specialmente se non perfettamente regolati, possono causare disagio o mal di testa.  Irritazione del cuoio capelluto o follicoliti dovute a sudore trattenuto dalla fodera sono quasi all’ordine del giorno.

Se viene usato per turni lunghi può portare anche ad affaticamento e tensione  del collo causando un vero e proprio stress fisico.

I caschi pesanti (percepiti come tali dai lavoratori), con visiere o mal bilanciati rallentano il ritmo di lavoro e possono contribuire a disagio fisico, riduzione della visibilità generale per il disconfort ergonomico e la sensazione di peso o ingombro. È frequente una cefalea da compressione esterna e muscolo tensiva (similmente a quelle trattate negli studi di terapia manuale), può contribuire a tensione cervicale, affaticamento dei muscoli del collo e delle spalle che vanno in tensione per mantenere la vista nitida, con possibile contributo a rigidità cervicale nel tempo.

Ovviamente il tutto può scatenarsi quando indossati senza fare pause regolari.

PIU’ DPI USATI CONTEMPORANEAMENTE

Se ogni singolo DPI può portare a conseguenze con cui il lavoratore si trova a dover fare i conti, l’effetto combinato di più DPI usati contemporaneamente può essere un disagio sistemico, generale, che porta ad affaticamento fisico, a difficoltà nel movimento e nell’esecuzione di gesti fini.

La combinazione di più dispositivi con una situazione ambientale non del tutto adeguata (caldo/freddo/umido) per un uso prolungato ed un fit non ottimale (magari fatto di materiali non traspiranti) non fanno altro che gravare sul carico psico-fisico del lavoratore.

Per farla completa, potrebbero essere indossati da un lavoratore in situazioni estreme tipo

chi lavora in quota o su piattaforme instabili protetto da imbragature di sicurezza…

CONCLUSIONI

Se un DPI causa disagio importante, è un obbligo del datore di lavoro fornire un modello più adatto o misure alternative per garantire la sicurezza senza rinunciare alla protezione, ma è anche un dovere del lavoratore scegliere o richiedere l‘ausilio giusto, imparare ad indossarlo correttamente ma, soprattutto, non scordare o non evitare di metterlo! Inoltre, il lavoratore che risente di un uso prolungato di tali dispositivi può essere educato ad effettuare piccoli esercizi di compenso per un miglior recupero della funzionalità motoria condizionata dall’uso stesso dei DPI, da effettuare dopo le ore di lavoro.

Servono anche incoraggiamenti alle aziende produttrici di DPI perchè siano sempre attenti ai rimandi dei lavoratori studiando le migliori condizioni di realizzazione degli ausili.

Non esiste un DPI “universale”: un dispositivo troppo rigido o scomodo può essere inutile se non affronta il rischio specifico o se causa altri rischi legati al comfort o all’uso scorretto.

È vero che le considerazioni psico-fisiche analizzate possono far desistere dall’utilizzare, ma non significa che un DPI scomodo sia inutile: deve essere scelto, adattato e ottimizzato per l’utilizzatore (es. taglia corretta, materiali migliori).

Anche la terapia manuale dovrà tener conto degli adattamenti che un uso prolungato di DPI può comportare sul sistema muscolo scheletrico del suo paziente.
Non indossare DPI perché sono scomodi significa esporsi completamente al rischio, con conseguenze potenzialmente molto più gravi rispetto al semplice disagio che un DPI può portare al lavoratore.

BIBLIOGRAFIA

  1. Ali EM, El‑Gilany AH, et al. Personal protective equipment (PPE) use and its relation to accidents among construction workers. Med Lav. 2020;111(4):285‑295.
  2. Hu X, Wang J, Pan Y, Yang Y. Physical problems of prolonged use of personal protective equipment during the COVID‑19 pandemic: a scoping review. J Occup Health. 2022;64:e12308. doi:10.1002/1348‑9585.12308.
  3. [AA.VV.]. Physical and stressful psychological impacts of prolonged personal protective equipment use during the COVID‑19 pandemic: a cross‑sectional survey study. J Clin Nurs. 2023;xx:xxx‑xxx.
  4. Yan X, et al. Impact of prolonged PPE use on Canadian health professionals. Br J Nurs. 2021;30(3):188‑195.
  5. Jiajia et al. Skin damage among healthcare workers managing coronavirus disease‑2019. J Am Acad Dermatol. 2020.
  6. S.J. Marr e S. Quine “Shoe concerns and foot problems of wearers of safety footwear (Peer-review PubMed, 1990‑1991)
  7. Artioli E, Golinelli D, Brognara L, Faldini C. What’s the Impact of Safety Footwear on Workers Concerning Foot‑Related Problems? A Systematic Review. Healthcare (Basel). 2024;12(15):1522. doi:10.3390/healthcare12151522

LARA GOZZI

Osteopata-Fisioterapista-Formatrice Aziendale per la sicurezza sul lavoro

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