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Sentire il proprio respiro: interocezione, percezione e consapevolezza corporea

Sentire il proprio respiro: interocezione, percezione e consapevolezza corporea

Interocezione respiratoria e consapevolezza corporea nella relazione tra respiro, cervello e percezione
Il respiro come ponte tra percezione corporea, sistema nervoso e consapevolezza interocettiva.

Cosa ci insegna uno studio sulla capacità di percepire le variazioni del nostro respiro

Respiriamo continuamente, per tutta la vita.

Eppure, per gran parte della giornata, non ci accorgiamo nemmeno di farlo.

La respirazione occupa una posizione particolare all’interno delle funzioni del nostro organismo: avviene automaticamente, ma può anche essere portata volontariamente alla coscienza e, almeno in parte, modificata intenzionalmente.

Possiamo rallentare il respiro, accelerarlo, sospenderlo per qualche secondo, modificarne la profondità. Possiamo anche rivolgere deliberatamente l’attenzione alle sensazioni che accompagnano ogni inspirazione ed espirazione.

Ma quanto siamo realmente capaci di percepire ciò che accade durante il respiro?

E, soprattutto, quanto siamo consapevoli dell’accuratezza delle nostre percezioni?

Sono domande apparentemente semplici che introducono uno dei campi più interessanti delle neuroscienze contemporanee: quello dell’interocezione.

Uno studio pubblicato su Biological Psychology da Nikolova e collaboratori propone un metodo sperimentale innovativo per studiare proprio questo fenomeno applicato alla respirazione: il Respiratory Resistance Sensitivity Task, o RRST.

Il lavoro non riguarda l’osteopatia e non valuta gli effetti del trattamento osteopatico. Rappresenta però uno spunto interessante per chi si occupa del corpo, della percezione, della respirazione e dell’interazione tra sistema nervoso e segnali provenienti dall’organismo.


Prima di entrare nello studio: una riflessione

Nella pratica clinica ascoltiamo continuamente descrizioni come:

“sento il respiro bloccato”;

“non riesco a respirare fino in fondo”;

“sento il torace rigido”;

“mi sembra di respirare meglio”;

“sento più libertà”.

Queste sensazioni sono reali in quanto esperienze vissute dalla persona.

Ma esperienza soggettiva e capacità del sistema nervoso di discriminare uno stimolo corporeo non sono necessariamente la stessa cosa.

È proprio questa distinzione che rende particolarmente interessante la ricerca sull’interocezione.

Possiamo infatti chiederci almeno tre cose diverse:

Che cosa sta accadendo fisiologicamente?

Che cosa riesce a percepire la persona?

Quanto la persona è consapevole dell’accuratezza della propria percezione?

Sono livelli differenti.

E la possibilità di studiarli separatamente rappresenta uno dei passaggi più interessanti nella ricerca contemporanea sul rapporto tra cervello e corpo.


Che cos’è l’interocezione?

L’interocezione può essere descritta, in termini generali, come la capacità del sistema nervoso di rilevare e rappresentare i segnali provenienti dall’interno dell’organismo.

Non riguarda quindi soltanto il respiro.

Comprende informazioni provenienti dal cuore, dall’apparato gastrointestinale, dalle variazioni dei gas ematici e da numerosi altri sistemi fisiologici.

La ricerca contemporanea attribuisce all’interocezione un possibile ruolo in numerosi processi: percezione, emozione, comportamento, memoria, decisione e regolazione omeostatica.

Quando il fenomeno riguarda specificamente la respirazione si parla di interocezione respiratoria, o respiroception.

La respirazione è particolarmente interessante perché rappresenta una sorta di punto d’incontro tra controllo automatico e controllo volontario.

Possiamo respirare senza pensarci, ma possiamo anche portare volontariamente l’attenzione sul respiro e modificarlo.


Sentire il respiro è un processo complesso

La sensazione respiratoria non nasce da un singolo recettore.

È il risultato dell’integrazione di numerosi segnali.

Durante il ciclo respiratorio il sistema nervoso riceve informazioni relative, tra le altre cose, a:

  • movimento e attività del diaframma;
  • espansione della parete toracica;
  • passaggio dell’aria attraverso naso, bocca e vie aeree;
  • variazioni di pressione;
  • attività dei recettori di stiramento;
  • concentrazioni di ossigeno e anidride carbonica;
  • attività muscolare necessaria per produrre l’atto respiratorio.

Queste informazioni vengono integrate a differenti livelli del sistema nervoso, dalle strutture del tronco encefalico fino alle aree corticali coinvolte nella rappresentazione degli stati corporei.

La sensazione che definiamo semplicemente “respiro” rappresenta quindi il risultato finale di un processo estremamente complesso.

Ed è proprio questa complessità che rende difficile misurare scientificamente quanto una persona sia sensibile alle proprie sensazioni respiratorie.


Il problema: come si misura la percezione del respiro?

Uno dei problemi della ricerca sull’interocezione è distinguere la percezione reale di uno stimolo dalla convinzione soggettiva di averlo percepito.

Domandare semplicemente:

“Quanto senti il tuo respiro?”

non è sufficiente per misurare la sensibilità interocettiva.

La risposta potrebbe infatti essere influenzata da aspettative, convinzioni personali, attenzione, emozioni o altri bias cognitivi.

Per questo motivo i ricercatori hanno cercato di costruire compiti sperimentali nei quali lo stimolo corporeo possa essere modificato in maniera controllata.

Nel caso della respirazione uno dei metodi consiste nell’aumentare progressivamente la resistenza all’inspirazione e verificare quanto precisamente una persona riesca a riconoscere questa variazione.

Da questo principio nasce il Respiratory Resistance Sensitivity Task.


Come funziona il Respiratory Resistance Sensitivity Task

Nello studio di Nikolova e collaboratori i partecipanti respiravano attraverso un circuito collegato a un dispositivo controllato elettronicamente.

L’apparecchio poteva modificare con grande precisione la resistenza al passaggio dell’aria.

Durante ogni prova il partecipante effettuava due inspirazioni consecutive.

Una delle due veniva eseguita senza resistenza aggiuntiva.

Nell’altra il dispositivo aumentava in maniera controllata la resistenza inspiratoria.

Dopo le due inspirazioni veniva posta una domanda molto semplice:

Quale delle due inspirazioni è stata più difficile?

Il partecipante doveva scegliere la prima oppure la seconda.

Ma subito dopo arrivava una seconda domanda:

Quanto sei sicuro della tua risposta?

Ed è qui che lo studio diventa particolarmente interessante.


Percezione e metacognizione: due livelli differenti

La prima risposta permette di studiare la sensibilità percettiva.

In altre parole:

quanto deve aumentare la resistenza respiratoria prima che una persona riesca a percepire correttamente la differenza?

La seconda domanda introduce invece il livello della metacognizione.

La metacognizione può essere definita, in questo contesto, come la capacità di valutare la qualità della propria percezione.

Non significa soltanto:

“Ho percepito qualcosa”.

Significa anche:

“Quanto sono sicuro che ciò che ho percepito sia corretto?”

I ricercatori possono così confrontare la prestazione reale con il grado di sicurezza espresso dalla persona.

Questo permette di distinguere due fenomeni che nella vita quotidiana tendiamo facilmente a sovrapporre:

percepire correttamente uno stimolo

e

sapere di averlo percepito correttamente.


Lo studio

Nel campione iniziale sono stati reclutati 33 partecipanti sani.

Un partecipante è stato successivamente escluso dall’analisi principale per problemi di convergenza delle procedure psicofisiche, portando il campione analizzato a 32 soggetti.

L’età dei partecipanti variava da 19 a 66 anni, con un’età media di circa 28 anni.

Per determinare progressivamente la soglia percettiva individuale, i ricercatori hanno utilizzato procedure psicofisiche adattive.

In termini semplici, il computer modificava continuamente la difficoltà della prova sulla base delle risposte precedenti.

Se la differenza era troppo semplice da riconoscere, la resistenza veniva modificata per rendere il compito più difficile.

Se diventava troppo difficile, veniva nuovamente adattata.

In questo modo il sistema riusciva progressivamente ad avvicinarsi alla soglia percettiva specifica di ogni partecipante.


Una soglia diversa per ogni persona

Uno dei risultati dello studio è proprio l’esistenza di una significativa variabilità individuale.

La soglia media identificata con una delle procedure utilizzate corrispondeva a circa il 65,6% di ostruzione del circuito, ma i valori individuali variavano considerevolmente.

Questo significa che la capacità di riconoscere una variazione della resistenza respiratoria non era identica per tutti.

Alcune persone riuscivano a discriminare cambiamenti relativamente più piccoli; altre necessitavano di variazioni maggiori.

Il dato interessante non è quindi stabilire quale valore sia “normale”, quanto mostrare che la sensibilità respiratoria può essere misurata quantitativamente e presenta differenze interindividuali.


Il metodo sembra essere riproducibile, almeno nel breve periodo

Gli autori hanno utilizzato due differenti procedure psicofisiche adattive, denominate Psi e QUEST.

Le soglie ottenute con i due sistemi mostravano una correlazione molto elevata:

r = 0,88; p < 0,001.

Inoltre non emergeva una differenza statisticamente significativa tra le soglie ottenute con i due metodi.

Si tratta di un risultato importante perché suggerisce una buona consistenza della misura rispetto alla procedura utilizzata.

È però necessario fare una precisazione.

Le due misurazioni sono state eseguite nello stesso giorno.

Lo studio non dimostra quindi che la sensibilità respiratoria misurata tramite RRST rimanga stabile a distanza di settimane o mesi.

Gli stessi autori sottolineano la necessità di ulteriori studi sulla riproducibilità a lungo termine.


La parte forse più interessante: sapere se abbiamo percepito bene

La procedura sperimentale manteneva la percentuale di risposte corrette relativamente stabile, intorno all’80%.

Nonostante questo, la capacità metacognitiva variava considerevolmente tra i partecipanti.

In altre parole, persone con prestazioni percettive relativamente simili potevano differire nella capacità di capire quanto le proprie risposte fossero affidabili.

Ancora più interessante, nello studio la prestazione percettiva e quella metacognitiva non risultavano correlate in maniera significativa.

Questo significa che:

essere più sensibili a uno stimolo corporeo non implica necessariamente essere più consapevoli dell’accuratezza della propria percezione.

È una distinzione concettualmente molto importante.


Sentire di più non significa necessariamente sapere meglio

Nella vita quotidiana tendiamo spesso a pensare che una maggiore attenzione al corpo corrisponda automaticamente a una maggiore accuratezza percettiva.

La ricerca sull’interocezione suggerisce invece un quadro più complesso.

Una persona può avere una determinata sensibilità fisiologica e, contemporaneamente, avere una rappresentazione più o meno accurata della propria capacità di percezione.

Questo apre una distinzione tra:

sensibilità interocettiva, cioè la capacità di discriminare realmente un segnale;

percezione soggettiva, cioè ciò che la persona riferisce di sentire;

metacognizione, cioè quanto la persona sa valutare l’accuratezza della propria percezione.

Sono dimensioni correlate al fenomeno della percezione corporea, ma non necessariamente sovrapponibili.


Infografica sull’interocezione respiratoria con rappresentazione anatomica di cervello, vie aeree, polmoni e diaframma, schema del Respiratory Resistance Sensitivity Task e distinzione tra stimolo corporeo, percezione e metacognizione.

Un metodo promettente

Uno degli obiettivi principali dello studio era creare un sistema più preciso e utilizzabile rispetto ai precedenti test di resistenza respiratoria.

Il dispositivo sviluppato dagli autori utilizza componenti relativamente semplici, alcuni dei quali realizzabili tramite stampa 3D, e permette di modificare automaticamente la resistenza respiratoria.

Secondo i risultati riportati, la soglia percettiva può essere identificata rapidamente e la valutazione può essere completata in meno di 30 minuti.

La procedura è risultata mediamente solo lievemente spiacevole per i partecipanti.

Gli autori ritengono quindi che il metodo possa rappresentare uno strumento interessante per future ricerche sull’interocezione respiratoria, comprese eventuali popolazioni cliniche.


Perché questo studio può interessare l’osteopatia?

Qui è necessario mantenere una distinzione molto chiara.

Questo studio non valuta un trattamento osteopatico.

Non dimostra che il trattamento manipolativo possa modificare l’interocezione.

Non dimostra che lavorare sul diaframma aumenti la sensibilità respiratoria.

E non consente di affermare che un cambiamento percepito dal paziente dopo un trattamento corrisponda a una modificazione dell’interocezione.

Qualsiasi conclusione di questo tipo andrebbe oltre i dati disponibili.

Il valore del lavoro per l’osteopatia è, almeno per ora, soprattutto concettuale e metodologico.

Molti approcci manuali utilizzano il respiro durante la valutazione e il trattamento e molti pazienti descrivono modificazioni soggettive della respirazione dopo una seduta.

La ricerca sull’interocezione ci invita però a porre domande più precise.

Quando una persona riferisce:

“respiro meglio”,

che cosa è cambiato?

La meccanica respiratoria?

La quantità di sforzo necessaria per respirare?

L’attenzione rivolta al respiro?

La percezione dello sforzo?

La componente emotiva associata alla respirazione?

La sensibilità interocettiva?

Oppure la rappresentazione cognitiva dell’esperienza respiratoria?

Sono domande differenti.

E distinguerle rappresenta probabilmente uno dei passaggi necessari se vogliamo costruire una ricerca più rigorosa sui fenomeni che osserviamo nella pratica clinica.


Dal “sentire il corpo” alla misurazione

L’osteopatia ha storicamente attribuito grande importanza alla capacità di osservare e percepire il corpo.

La ricerca contemporanea sull’interocezione offre oggi strumenti che permettono di studiare alcuni aspetti di questa percezione con metodologie psicofisiche quantitative.

Non significa che concetti provenienti da tradizioni differenti possano essere automaticamente sovrapposti.

Significa però che si sta sviluppando un linguaggio sperimentale capace di esplorare domande che riguardano la relazione tra:

segnale corporeo, sistema nervoso, percezione e consapevolezza.

Ed è probabilmente proprio in questo spazio che può nascere un dialogo interessante tra neuroscienze e discipline che lavorano attraverso il corpo.


I limiti dello studio

Come ogni lavoro sperimentale, anche questo studio presenta alcuni limiti importanti.

Il campione è relativamente piccolo ed è costituito prevalentemente da soggetti giovani e sani.

La riproducibilità è stata valutata nello stesso giorno e non a distanza di settimane o mesi.

Inoltre il respiro varia naturalmente da individuo a individuo.

Profondità inspiratoria, velocità dell’inspirazione e flusso possono modificare la pressione generata anche quando il dispositivo applica la stessa percentuale di ostruzione.

Gli autori hanno cercato di ridurre questa variabilità attraverso un segnale visivo che guidava il ritmo respiratorio.

Tuttavia riconoscono che, soprattutto nelle popolazioni cliniche, sarebbe opportuno misurare contemporaneamente pressione e flusso respiratorio per ottenere una valutazione più precisa dello stimolo effettivamente percepito.

Un’altra considerazione riguarda il significato stesso del test.

Il RRST misura una componente specifica dell’interocezione respiratoria: la capacità di discriminare variazioni della resistenza inspiratoria.

Non misura quindi in maniera globale la “consapevolezza del respiro”.


Il messaggio che possiamo portare con noi

Forse il contributo più interessante di questo studio non riguarda solamente il dispositivo sviluppato dagli autori.

Riguarda una distinzione.

Ciò che accade nel corpo, ciò che percepiamo e ciò che pensiamo di percepire non sono necessariamente la stessa cosa.

La ricerca sull’interocezione sta cercando di comprendere proprio queste differenze.

La respirazione rappresenta un modello privilegiato per farlo perché si trova al confine tra fisiologia automatica, controllo volontario e percezione cosciente.

E strumenti come il Respiratory Resistance Sensitivity Task mostrano che fenomeni apparentemente soggettivi possono iniziare a essere studiati attraverso procedure sperimentali controllate.

Per chi lavora quotidianamente con il corpo questa è una prospettiva importante.

Non perché offra già risposte definitive.

Ma perché permette di formulare domande migliori.


La riflessione di Osteopathy Academy

L’obiettivo di Osteopathy Academy non è cercare in ogni ricerca scientifica una conferma dell’osteopatia.

La scienza procede in modo diverso.

Esistono studi che analizzano direttamente il trattamento osteopatico ed esistono lavori che esplorano fenomeni fisiologici, neurologici o percettivi che possono aiutarci a comprendere meglio alcuni degli aspetti con cui ci confrontiamo nella pratica clinica.

Questo studio appartiene alla seconda categoria.

Non ci dice che cosa faccia un trattamento osteopatico.

Ci mostra però quanto sia complessa la relazione tra uno stimolo proveniente dal corpo, la sua rappresentazione nel sistema nervoso e l’esperienza cosciente che ne deriva.

Ed è proprio da questa complessità che può nascere una ricerca più matura.

Forse una delle domande più interessanti per il futuro potrebbe essere proprio questa:

un intervento capace di modificare l’esperienza corporea può modificare anche la sensibilità interocettiva o la metacognizione?

Per rispondere serviranno studi specificamente progettati per farlo.

Ma avere strumenti capaci di misurare questi fenomeni rappresenta già un primo passo.


In sintesi

Lo studio di Nikolova e collaboratori:

  • presenta un nuovo metodo automatizzato per misurare la sensibilità alle resistenze inspiratorie;
  • permette di stimare la soglia percettiva individuale;
  • distingue la prestazione percettiva dalla metacognizione;
  • mostra una buona concordanza tra due differenti procedure psicofisiche utilizzate nello stesso giorno;
  • evidenzia una significativa variabilità individuale nella percezione respiratoria;
  • dimostra che sensibilità percettiva e consapevolezza della propria accuratezza non necessariamente coincidono;
  • propone uno strumento che potrebbe essere utilizzato in future ricerche sull’interocezione respiratoria.

Non fornisce invece evidenze sugli effetti del trattamento osteopatico.

Il suo interesse per l’osteopatia nasce soprattutto dalla possibilità di aprire nuove domande sulla relazione tra respirazione, sistema nervoso, percezione e consapevolezza corporea.


Articolo scientifico originale

Nikolova N, Harrison O, Toohey S, Brændholt M, Legrand N, Correa C, Vejlø M, Jensen MS, Fardo F, Allen M.

The respiratory resistance sensitivity task: An automated method for quantifying respiratory interoception and metacognition.

Biological Psychology. 2022;170:108325.

DOI: 10.1016/j.biopsycho.2022.108325

Articolo pubblicato in Open Access con licenza CC BY 4.0.


Nota editoriale

Il presente contenuto rappresenta una lettura divulgativa e un commento editoriale dello studio originale. Non sostituisce la lettura del lavoro scientifico completo e le riflessioni relative al possibile interesse per la pratica osteopatica non rappresentano conclusioni formulate dagli autori dello studio.

Alessandro Bia, Osteopata

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