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Il futuro dell’osteopatia in Italia: intervista a Mauro Fornari

Il futuro dell’osteopatia in Italia: intervista a Mauro Fornari

Il presidente del Collegio Italiano di Osteopatia di Parma riflette sul riconoscimento della professione, sulla nuova formazione universitaria e sulle prospettive per gli osteopati italiani.

Il percorso di riconoscimento dell’osteopatia in Italia ha segnato una svolta importante per la professione, ma ha anche aperto interrogativi sul futuro della formazione, sull’identità osteopatica e sul rapporto con le altre professioni sanitarie.

Abbiamo raccolto il punto di vista di Mauro Fornari, presidente del Collegio Italiano di Osteopatia (CIO) di Parma, tra gli osteopati italiani con maggiore esperienza, da sempre impegnato nella formazione e nella trasmissione dei principi della medicina osteopatica.

Ne emerge una riflessione critica, che pone al centro soprattutto la necessità di preservare la specificità dell’osteopatia e la qualità della preparazione dei futuri professionisti.

Fornari Mauro, dopo tanti anni dedicati all’osteopatia e alla sua formazione, qual è il tuo giudizio sul percorso di riconoscimento della professione in Italia e sull’attuale questione dell’equipollenza?

Da sempre noi osteopati abbiamo voluto e lottato per il riconoscimento dell’osteopatia, auspicando un riconoscimento giuridico giusto e rispettoso della sua tradizione.

Con questa legge, purtroppo, ritengo che l’osteopatia venga mortificata nei suoi principi, nelle sue proposte e nella sua dignità.

L’osteopatia è una medicina complessa, il cui apprendimento richiede un percorso lungo e ricco di contenuti scientifici. Ridurre una formazione che tradizionalmente si sviluppava nell’arco di cinque o sei anni a un percorso di tre anni, nel quale le materie scientifiche non sono adeguatamente calibrate sulle esigenze specifiche dell’osteopatia, rappresenta già un primo problema molto serio.

Prendiamo, ad esempio, l’anatomia. Un osteopata deve conoscerla in modo approfondito, sia nella sua dimensione generale sia in quella topografica. Nella nostra esperienza formativa abbiamo sempre attribuito un’importanza fondamentale a questa conoscenza.

Uno dei principi fondamentali dell’osteopatia afferma che la struttura governa la funzione. Questo implica, prima di tutto, una conoscenza approfondita dell’anatomia, della fisiologia e della patologia.

Non si tratta, quindi, semplicemente di insegnare agli studenti un metodo manipolativo o una terapia manuale circoscritta.

L’osteopatia, nei suoi principi, che si possono condividere oppure no, è una medicina olistica, che considera l’organismo nella sua globalità.

Per questo non è sufficiente conoscere l’apparato muscolo-scheletrico. È necessario comprendere approfonditamente le funzioni del sistema nervoso in tutte le sue componenti, così come l’anatomia e la fisiologia dei visceri.

Mi piace rappresentare questa visione attraverso l’immagine di un triangolo equilatero: su un lato troviamo la struttura, su un altro la psiche e il sistema nervoso in tutte le sue diramazioni, sul terzo gli organi e il loro metabolismo.

Queste componenti devono vivere in equilibrio tra loro.

Per comprendere e affrontare questa complessità occorre una preparazione globale. L’osteopata non lavora soltanto sulla vertebra, ma considera anche il sistema nervoso e la componente viscerale, che permette di intervenire sulla struttura indirettamente.

Questa visione globale si riflette anche nei diversi ambiti di applicazione dell’osteopatia e nelle differenti età della vita?

Certamente. L’osteopatia, fin dalle sue origini, si è sempre proposta come un approccio rivolto alla persona nelle diverse fasi della vita.

Questo è ampiamente documentato nella sua storia: dalla nascita fino all’età più avanzata. Non esiste, nella visione osteopatica, un limite di età che escluda a priori la possibilità di un intervento.

Naturalmente, l’osteopata ha il dovere di conoscere le potenzialità che questa medicina può esprimere, ma ha altrettanto il dovere di riconoscerne i limiti.

È proprio questa consapevolezza che deve derivare da una preparazione completa e approfondita.

Ritieni quindi che il nuovo percorso universitario rischi di modificare l’identità stessa dell’osteopatia?

Sì, ed è questo uno degli aspetti che mi preoccupano maggiormente.

Quello che la nuova normativa propone, a mio parere, è un’estrapolazione insufficiente dell’osteopatia, che finisce per privarla proprio di quel pensiero filosofico e storico che caratterizza la medicina osteopatica.

Il rischio è quello di creare una categoria di professionisti sicuramente capaci nella manipolazione dell’apparato muscolo-scheletrico, ma che non avranno necessariamente ricevuto una formazione coerente con la visione globale dell’osteopatia.

E allora mi permetto di dire una cosa: potranno anche essere professionisti molto bravi nel manipolare il sistema muscolo-scheletrico, ma, per cortesia, non chiamiamola osteopatia.

Nel dibattito che ha accompagnato la riforma si è parlato anche della possibilità di prevedere un percorso osteopatico biennale successivo alla laurea in Fisioterapia. Cosa ne pensi?

Ho sentito sostenere che l’attuale legge sia nata anche da un compromesso, perché l’alternativa sarebbe stata quella di affidare la formazione osteopatica ai fisioterapisti, attraverso un biennio successivo alla laurea.

Voglio essere molto chiaro: sono sempre stato contrario a questa ipotesi.

Tuttavia, devo anche ammettere a me stesso che, se fossi costretto a scegliere tra la legge osteopatica attualmente approvata e un percorso biennale successivo alla laurea in Fisioterapia, finirei per preferire la seconda soluzione.

Questo perché, almeno, si potrebbe sperare in una preparazione scientifica di base più adeguata.

Ribadisco però che non condivido nessuna delle due soluzioni.

A mio giudizio, abbiamo realizzato un modello normativo che non trova precedenti in Europa e temo che le conseguenze sul futuro della professione saranno negative.

La mia preoccupazione maggiore, però, non riguarda soltanto gli osteopati, ma soprattutto i pazienti.

Il mio giudizio è quindi negativo, pur mantenendo la speranza che, nel corso del tempo, questa situazione possa essere modificata.

Sei anche socio di una scuola privata di osteopatia. Come giudichi il passaggio della formazione al sistema universitario pubblico?

Vorrei sottolineare un aspetto che considero importante.

Anche se sono socio di una scuola privata di osteopatia, sono assolutamente favorevole al fatto che la formazione osteopatica diventi pubblica.

Credo che questo sia un principio importante e voglio chiarire che la mia posizione non deriva da alcun interesse personale legato alla scuola privata.

Non contesto, quindi, il principio dell’università pubblica. È il modo in cui questo passaggio è stato realizzato, e soprattutto il modo in cui viene concepita l’osteopatia all’interno del nuovo ordinamento, che giudico molto negativamente.

Un’altra questione riguarda il ruolo degli osteopati già formati, anche con una lunga esperienza clinica e didattica. Chi sarà chiamato a valutarli e quale spazio avranno gli osteopati all’interno delle università?

È proprio una delle domande che mi pongo: chi sarà chiamato a giudicare e valutare gli osteopati?

Abbiamo visto che, nelle varie facoltà universitarie, gli osteopati con una formazione specificamente osteopatica hanno generalmente un ruolo marginale.

Da un certo punto di vista, questo è anche comprensibile, perché la carriera universitaria richiede un percorso accademico che molti osteopati, per ragioni legate alla storia stessa della professione, non hanno potuto seguire.

Di conseguenza, gli osteopati possono trovare spazio soprattutto come professori a contratto, una posizione che non permette loro di incidere in maniera significativa sulla vita e sulle scelte delle facoltà universitarie.

Allo stesso tempo, osserviamo una presenza importante di figure responsabili provenienti dalla fisioterapia.

E su questo vorrei essere altrettanto chiaro: io nutro un rispetto totale per la fisioterapia. È una professione fondamentale nell’ambito sanitario e svolge un ruolo assolutamente insostituibile.

Quello che, a mio parere, non si vuole comprendere è che osteopatia e fisioterapia sono due professioni differenti.

Possono collaborare tranquillamente e, anzi, devono collaborare tra loro, così come con le altre figure mediche e sanitarie. Ma questo non significa che debbano essere confuse.

Qual è, secondo te, l’elemento fondamentale che distingue storicamente l’osteopatia dalla fisioterapia?

Bisogna ricordare innanzitutto che l’osteopatia non nasce dalla fisioterapia.

Nasce alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti d’America, per iniziativa di un medico, Andrew Taylor Still, e si sviluppa storicamente attraverso un proprio percorso, indipendente da quello fisioterapico.

È vero che i fisioterapisti sono stati coinvolti nella diffusione dell’osteopatia, anche perché appartengono a una professione sanitaria che utilizza le mani come importante strumento terapeutico.

Ma questo non significa affatto che le due professioni debbano essere sovrapposte o confuse.

Hanno storie differenti, principi differenti e modalità di interpretazione del paziente che, pur potendo incontrarsi in diversi ambiti clinici, mantengono una propria specificità.

Il fatto che fisioterapisti e fisiatri abbiano oggi un ruolo così importante nella gestione dell’intero processo di riconoscimento e formazione osteopatica, a mio giudizio, è indicativo di come questa materia venga attualmente affrontata e di come probabilmente continuerà a essere gestita.

E purtroppo, lo ripeto, guardo a questo futuro con estrema tristezza.

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