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William L. Johnston e la disfunzione somatica: il movimento come chiave in osteopatia

William L. Johnston e la disfunzione somatica: il movimento come chiave in osteopatia

Un cambio di sguardo

Per comprendere il contributo di Johnston bisogna tornare a una stagione dell’osteopatia in cui il linguaggio della “lesione osteopatica” era ancora dominante. In quel contesto, Johnston e il suo gruppo provano a introdurre uno spostamento concettuale importante: il problema non è soltanto dove si trovi un segmento, ma come quel segmento si comporti quando viene mosso.

È qui che il suo pensiero conserva ancora oggi un interesse particolare. Johnston invita a guardare il movimento passivo nei primi gradi, là dove il tessuto “si dichiara” prima ancora che compaiano le grandi restrizioni. In condizioni fisiologiche, un segmento vertebrale presenta una cedevolezza relativamente equilibrata nelle diverse direzioni. Le resistenze, quasi assenti in posizione di riposo, aumentano progressivamente avvicinandosi alle barriere funzionale, elastica e anatomica. Quando invece è presente una disfunzione, questa distribuzione si altera: in una direzione cresce precocemente la resistenza, in quella opposta aumenta la cedevolezza.

Questo cambio di sguardo è meno banale di quanto sembri. Significa passare da una lettura “fotografica” della disfunzione a una lettura relazionale e dinamica, in cui ciò che conta non è soltanto la posizione finale di un segmento, ma il modo in cui entra nel movimento e la qualità della risposta che offre alla mano dell’operatore.

Segmento centrale e triade della disfunzione somatica

Tra i concetti più noti del modello di Johnston c’è quello di segmento centrale ristretto (SGC). La disfunzione somatica viene descritta come una triade: un livello centrale in cui la restrizione è più marcata, accompagnato dai segmenti sovra- e sottostante che presentano parametri simili tra loro ma opposti rispetto al segmento centrale.

Al di là della formulazione teorica, ciò che interessa davvero è la logica clinica che ne deriva: individuare il punto in cui il sistema esprime la maggiore difficoltà di adattamento e usarlo come accesso privilegiato per il trattamento. Il segmento centrale, in questa prospettiva, non è semplicemente “il punto che non si muove”, ma il livello in cui il comportamento disfunzionale appare più chiaramente organizzato.

Johnston descrive una disfunzione come un’asimmetria che coinvolge in maniera coerente movimenti rotatori, traslatori e respiratori. È un modello ambizioso, che chiede all’operatore una palpazione fine e una notevole capacità di integrare i dati. Oggi possiamo leggerlo anche con una certa prudenza critica: non tanto come una mappa assoluta e infallibile, quanto come il tentativo di ordinare la complessità clinica attraverso il movimento.

Una diagnosi costruita per gradi

Anche sul piano valutativo Johnston propone una sequenza interessante, che procede dal generale allo specifico:

  • osservazione globale;
  • palpazione del tono muscolare superficiale;
  • test di percussione dei tessuti molli paravertebrali;
  • scansione motoria.

Il cuore del processo è proprio la scansione motoria, cioè la ricerca del segmento centrale e dei suoi opposti attraverso un’induzione lieve, capace di mettere in evidenza la prima fase del movimento passivo.

Questo punto è interessante anche alla luce della letteratura più recente. Uno studio italiano pubblicato nel 2024 da Vismara e collaboratori ha riportato una buona riproducibilità inter-operatore del Variability Model Testing Procedure in soggetti adulti sani, ottenendo valori di accordo più elevati nell’area cranio-cervicale e più bassi a carico dell’arto inferiore sinistro. Pur non sovrapponendosi in modo diretto al modello classico di Johnston, questo lavoro riporta al centro un tema a lui molto caro: l’importanza di forze minime e di una palpazione sufficientemente fine da cogliere le variazioni più precoci della risposta tissutale.

Questo aspetto merita ancora attenzione. In un’epoca in cui il ragionamento manuale rischia a volte di irrigidirsi su tecniche forti o su gesti spettacolari, Johnston ci ricorda che molto spesso l’informazione più utile emerge con forze minime, da una mano che sa ascoltare prima di voler correggere. È una lezione che resta attuale non solo sul piano tecnico, ma anche su quello formativo.

Tecnica indiretta in osteopatia e ruolo delle afferenze

Uno dei punti più fertili del modello di Johnston riguarda la tecnica indiretta. Nell’impostazione classica dell’osteopatia possiamo distinguere, in modo schematico, tecniche dirette, indirette e combinate. Johnston si muove soprattutto nel secondo campo: invece di spingere il segmento contro la restrizione, accompagna il sistema verso la direzione di maggiore facilità, ricercando una posizione di neutralità tensionale capace di favorire il rilascio.

Qui il suo pensiero diventa particolarmente interessante perché ci obbliga a uscire da una visione troppo meccanica della disfunzione. Se la disfunzione non è soltanto “una vertebra fuori posto”, allora anche il trattamento non può ridursi a una semplice manovra di riposizionamento. La tecnica acquista senso nella misura in cui modifica il dialogo tra tessuti e sistema nervoso, offrendo nuove afferenze e nuove possibilità di regolazione.

Tale approccio nasce nel solco tracciato dal modello neurologico della disfunzione somatica, proposto da Korr e Denslow e rivisto da Van Buskirk, cercando di calare nella pratica ciò che la ricerca osteopatica scopriva in laboratorio. Al di là delle cornici teoriche a cui si rifà il suo contributo resta prezioso: spingendo l’osteopata a interrogarsi non solo su che cosa fa con le mani, ma su quale tipo di informazione sta offrendo al sistema.

Nel suo approccio, il trattamento si costruisce scomponendo e ricomponendo le diverse componenti del movimento. Si testano le risposte di cedevolezza nei movimenti rotatori e traslatori; il vettore che facilita il rilascio viene poi mantenuto con precisione, ricercando la massima neutralità possibile. In alcuni casi si può integrare anche il tempo respiratorio.

Più che una tecnica singola, è una vera grammatica del contatto.

Il torace come area chiave

Se c’è una regione cui Johnston attribuisce un’importanza speciale, è il torace. Non lo considera un semplice tratto della colonna, ma un’unità funzionale complessa, formata da tre colonne mobili indipendenti: la colonna vertebrale al centro e le due colonne costali ai lati.

Questa intuizione conserva una forza notevole. Il torace non è mai soltanto vertebra: è sempre vertebra, coste, articolazioni, diaframma, respirazione, adattamento posturale e regolazione autonomica. In quest’area la lettura puramente segmentaria mostra tutti i suoi limiti.

Attraverso la scansione motoria, Johnston osserva come un segmento toracico in disfunzione si rapporti non solo ai livelli vertebrali adiacenti, ma anche alle coste omolaterali e controlaterali. Da qui deriva la possibilità di riconoscere configurazioni diverse: in alcuni casi vertebra e costa si facilitano in direzioni opposte; in altri sembrano comportarsi come una sola unità.

Quest’ultima condizione viene definita linkage e, nel linguaggio di Johnston, rappresenta la possibile espressione palpatoria di un riflesso viscero-somatico. Anche qui è bene mantenere una lettura equilibrata: più che come certezza clinica immediata, questo concetto può essere considerato come il tentativo di descrivere palpatoriamente l’intreccio tra meccanica, regolazione neurovegetativa e funzione viscerale.

Rachide dorsale e coste -

Il test dell’accordo: un’intuizione elegante

Tra gli aspetti più raffinati dell’approccio di Johnston c’è il cosiddetto test dell’accordo. Il principio è semplice e al tempo stesso molto elegante: si esplora la risposta del torace in lateroflessione utilizzando leve diverse, per verificare se il comportamento del segmento rimanga coerente oppure cambi.

Se le risposte ottenute restano concordi, la disfunzione viene letta più facilmente come adattamento somato-somatico. Se invece cambiano a seconda della leva utilizzata, Johnston interpreta questa divergenza come un indizio a favore del linkage.

Al di là della validità che oggi si voglia attribuire a questa lettura, colpisce la qualità del ragionamento: non una palpazione che si accontenta di registrare una rigidità, ma una palpazione che mette il sistema in condizioni diverse per vedere se la risposta resta stabile o si riorganizza. È un modo di pensare clinicamente molto ricco.

Che cosa resta vivo oggi dell’insegnamento di Johnston?

Rileggere Johnston oggi non significa adottarne in blocco tutto il lessico o tutte le inferenze. Alcune formulazioni appartengono chiaramente al loro tempo; altre richiedono cautela se trasferite nel linguaggio scientifico contemporaneo. Ma ridurre Johnston a un autore “vecchio” sarebbe un errore.

Resta viva, innanzitutto, la sua idea che la disfunzione vada cercata nel comportamento del movimento più che nella posa finale del segmento. Resta viva l’attenzione alla minima forza, alla precisione dell’induzione, alla qualità della risposta tissutale. Resta viva la convinzione che la mano dell’osteopata, per essere utile, debba saper distinguere tra ciò che forza e ciò che informa.

E resta viva, soprattutto, una lezione sul piano del metodo: l’osteopatia non cresce quando ripete formule, ma quando affina il proprio modo di osservare.

Una riflessione finale

Più leggo Johnston, più mi convinco che il torace rappresenti una delle regioni più istruttive dell’intero ragionamento osteopatico. Non perché sia la più spettacolare da manipolare, ma perché è una delle più difficili da comprendere davvero. In quest’area convergono strutture articolari, coste, muscoli respiratori e posturali, diaframmi, relazioni viscerali e componenti neurovegetative: pensare di ridurla a un gesto correttivo rapido significa, spesso, sottovalutarne la complessità.

Ma la riflessione più ampia riguarda la professione. Diventare un buon osteopata richiede curiosità, capacità di ascolto, studio, umiltà. Dal punto di vista strettamente manuale, però, credo che una parte importante dell’efficacia tecnica dipenda dalla qualità delle afferenze che siamo in grado di fornire. Non tutti i pazienti rispondono allo stesso input, e non tutti i tessuti chiedono la stessa cosa. Per questo un osteopata efficace non è quello che applica sempre la tecnica in cui crede di più, ma quello che sa modulare il proprio approccio senza irrigidirsi in una sola idea di trattamento.

In questo senso Johnston, ancora oggi, ci lascia un compito molto attuale: meno fedeltà dogmatica alle forme, più fedeltà alla qualità dell’ascolto.

Bibliografia

Johnston WL. Segmental definition: Part I. A focal point for diagnosis of somatic dysfunction. JAOA. 1988;88:99-105.

Johnston WL. Segmental definition: Part II. Application of an indirect method in osteopathic manipulative treatment. JAOA. 1988;88:211-217.

Johnston WL. Segmental definition: Part III. Definitive base for distinguishing somatic findings of visceral origin. JAOA. 1988;88:347-353.

Johnston WL, Friedman HD, Eland DC. Metodi Funzionali. Manuale per lo sviluppo delle abilità palpatorie nell’esame e nella manipolazione osteopatica della funzione motoria. FUTURA

Ori E. Tecniche Funzionali in Osteopatia. PICCIN

Vismara L, Bergna A, Tarantino AG, Dal Farra F, Buffone F, Vendramin D, Cimolin V, Cerfoglio S, Pradotto LG, Mauro A. Reliability and Validity of the Variability Model Testing Procedure for Somatic Dysfunction Assessment: A Comparison with Gait Analysis Parameters in Healthy Subjects. Healthcare (Basel). 2024 Jan 11;12(2):175.

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