Ipocondria e dubbio: quando il corpo diventa una domanda
Ipocondria e dubbio: quando il corpo diventa una domanda
Mi capita di incontrare persone che entrano nel mio studio portando una mappa molto precisa del loro corpo e del modo in cui questo parla di dolore.
Sono persone che di solito indicano punti, tracciano confini, descrivono variazioni minime con grande accuratezza e costruiscono una narrazione in cui il corpo occupa la scena, esige attenzione e in qualche modo orienta il racconto.
Tra le righe delle narrazioni dei dolori, delle peregrinazioni dei sintomi che li conducono in studi medici sempre diversi, osservati, misurati, controllati da occhi esperti sempre differenti, è possibile rilevare pensieri, timori ma anche tentativi di comprensione.
Il dubbio come esperienza centrale
Tra le varie teorie che osservano i fenomeni ipocondriaci spostandone l’asse di focalizzazione, ho ultimamente incontrato il lavoro di Giuseppe Civitarese e Valeria Egidi Morpurgo, con il loro testo L’ipocondria e il dubbio, all’interno del quale questa esperienza prende forma attorno al dubbio.
Un dubbio che scorre sotto le parole e attraversa le sensazioni, che riguarda la salute ma allo stesso tempo tocca il modo in cui il corpo viene sentito e rappresentato.
Ripensando ai miei pazienti ho sentito spesso l’urgenza di porre fine al dubbio che portavano inciso nei loro vissuti ipocondriaci e spesso sono riuscita a intravedere un funzionamento circolare nel quale una sensazione emergeva, veniva osservata, nominata, collegata a un’ipotesi e per un po’ il quadro sembrava tenere.
L’equilibrio crollava però quando l’ipotesi perdeva pregnanza e allora altre possibilità si affacciavano di volta in volta, perpetuando lo stesso funzionamento sempre uguale a se stesso.
Anche il tempo condiviso nella terapia sembra riempirsi di avvicinamenti a soluzioni chiarificatrici, soste e ritorni alla formulazione di nuove ipotesi.
Il rischio per il curante
Per i curanti di qualsiasi formazione, incontrare questi pazienti rappresenta il rischio di entrare in questo movimento in cui si inserisce il desiderio di offrire orientamento insieme alla percezione della provvisorietà di ogni risposta fornita.
La prospettiva proposta da Civitarese e Morpurgo invita a considerare il sintomo come una forma di linguaggio che utilizza il corpo per avvicinare contenuti ancora poco pensabili.
Il paziente osserva, descrive, torna sugli stessi passaggi in una ripetizione all’interno della quale diventa possibile riconoscere uno sforzo di costruzione di senso.
La relazione di cura
La dimensione relazionale entra in gioco in modo decisivo poiché le storie di cura lasciano tracce riconoscibili.
Alcuni pazienti ricordano incontri rapidi, conclusioni formulate in cui è possibile sperimentare vergogna o colpa per un sintomo che non trova evidenze biologiche e che viene quindi liquidato in fretta, mentre altri portano percorsi lunghi, con molti accertamenti e un senso di sospensione che si prolunga.
Da qui nasce una sensibilità fine al modo in cui l’altro risponde: il tempo dedicato, il tono, la capacità di restare accanto alla domanda.
Psicoterapia e osteopatia: un lavoro condiviso
Nel lavoro condiviso tra psicoterapia e osteopatia, questi elementi diventano operativi.
Il contatto, il ritmo dell’intervento, la qualità della presenza costruiscono un’esperienza che può favorire l’integrazione.
In alcuni momenti il corpo viene percepito come più continuo, in altri riemerge la tendenza a isolare una zona e a concentrarsi su un punto specifico, ma il percorso procede attraverso aggiustamenti progressivi.
Sostare nell’incertezza
Il tema dell’incertezza attraversa tutto il quadro. Molti pazienti cercano una definizione stabile, capace di fermare l’oscillazione, e questa ricerca ha una forza comprensibile e spesso urgente.
Nel lavoro clinico prende forma, nel tempo, una diversa relazione con il dubbio poiché quando questo trova spazio nella parola condivisa, perde intensità e diventa più trattabile.
Si osservano allora cambiamenti sottili: l’attenzione al corpo si fa più flessibile e le sensazioni continuano a emergere trovando una collocazione più ampia nell’esperienza complessiva.
Arriva il momento in cui il paziente può sviluppare la capacità di attendere, collegare, differenziare.
Quando il dubbio si irrigidisce
Alcuni percorsi presentano passaggi più complessi, con un irrigidimento del dubbio e una maggiore pervasività.
In queste situazioni, la continuità del lavoro e la qualità del legame offrono un riferimento stabile poiché la possibilità di attraversare insieme l’incertezza crea un punto di appoggio che, con il tempo, può essere interiorizzato allontanandosi dall’urgenza di cercare una risposta che spieghi, che illumini temporaneamente il quadro e che perda progressivamente il suo potere chiarificatore.
Credo poi che la costruzione di un’immagine interna del clinico che sostiene il dubbio, che lo tollera senza cedere alla tentazione di scioglierlo in una risposta solo parzialmente risolutrice, contribuisca a ridisegnare un ritratto interno del curante lontano dall’idealizzazione della figura salvifica ma più umana eppure in grado di sostare nell’ambiguità, nell’incertezza e nella domanda che il corpo offre.
Corpo e mente: una geografia in movimento
Per chi si muove tra discipline diverse, questo sguardo valorizza la possibilità di lavorare su più livelli in modo coordinato: il corpo e la mente si incontrano nell’esperienza del paziente e chiedono linguaggi capaci di accoglierli entrambi.
L’ipocondria appare come una geografia in movimento, fatta di percorsi, deviazioni, tentativi di orientamento.
In questi percorsi offrire al dubbio uno spazio in cui abitare significa aprire una possibilità sovversiva in una società che tende a combattere il sintomo, a rimuovere il dolore, a cercare soluzioni immediate.
Di riflesso il corpo, così accolto, diventa terreno di scoperta, laboratorio di ascolto e consapevolezza.
Il lavoro clinico accompagna questa esperienza, tracciando una mappa che resta aperta e percorribile.
Riferimento bibliografico
Civitarese G., Egidi Morpurgo V., L’ipocondria e il dubbio.
Francesca Durante, Psicologa e Psicoterapeuta