Algodistrofia: cos’è, come riconoscerla e come può aiutare l’osteopatia
Algodistrofia: cos’è, come riconoscerla e come può aiutare l’osteopatia
Può succedere che dopo una frattura, un’operazione o perfino una “semplice” distorsione, il dolore non abbia il suo classico decorso decrescente. Anzi la zona continui a bruciare, il gonfiore non passa, la pelle cambia (di colore e temperatura) e muovere il segmento colpito diventa faticoso.
Questo è il quadro tipico dell’Algodistrofia (chiamata anche “sindrome dolorosa regionale complessa”): un dolore che coinvolge sensibilità e movimento, alterando la regolazione dei vasi e dei nervi della zona, sconvolgendo il sistema neurovegetativo locale. Colpisce soprattutto gli arti: non di rado i casi maggiori iniziano dopo una frattura o una distorsione del polso e caviglia. È più frequente nelle donne e, senza una diagnosi precoce, può lasciare segni duraturi.
Quando si parla di algodistrofia?
Le settimane che seguono l’evento scatenante sono cruciali per effettuare la diagnosi, che è prettamente clinica.
È necessario valutare l’area coinvolta e i sintomi del paziente, escludendo in primis patologie di tipo vascolare o infettivo, raccogliendo dati che saranno confrontati con le linee guida internazionali (i criteri di Budapest).
Tra le caratteristiche più importanti si riscontrano: dolore sproporzionato rispetto al trauma iniziale, a cui si associano elementi di alterazione nervosa ortosimpatica. I vasi in cui scorre il sangue, per via dei segnali dolorosi provenienti dalla ferita, hanno una regolazione alterata e inizialmente saranno maggiormente aperti rendendo la zona calda e gonfia, mentre in un secondo momento -in opposizione alla fase di apertura- si restringeranno portando la zona ad essere fredda e con un colore blu-violaceo. In relazione all’alterazione dei vasi e ad altri stimoli neurochimici provenienti dalle fibre nervose libere della zona colpita anche l’umidità locale andrà in scompenso, portando a ipersudorazione o pelle eccessivamente secca. Infine, la rigidità eccessiva deriva da due meccanismi: il primo è la difesa locale, in cui il sistema nervoso centrale mette a riposo la zona riducendone forza ed elasticità; in secondo luogo, per le alterazioni viste precedentemente e la scarsa mobilità, il sistema nervoso centrale può rimappare il controllo del movimento della zona creando delle posture fisse o contrazioni involontarie che ne impediscano il corretto movimento. La situazione peggiore è quando l’insieme di questi elementi citati aumenta i segnali nervosi che auto-alimentandosi mantengono costanti infiammazione e dolore. Esami strumentali come radiografia o scintigrafia possono aiutare nei casi dubbi, ma il punto centrale resta la valutazione clinica.
Quanto e come può essere di aiuto l’osteopatia?
L’osteopatia è di fondamentale aiuto in questa sindrome perché velocizzando il trattamento medico-farmacologico può migliorare le criticità dell’algodistrofia: le restrizioni miofasciali, lo squilibrio del sistema neurovegetativo sbilanciato verso una situazione ipersimpaticotonica e la conseguente stasi linfo-venosa sono tutti sintomi su cui il trattamento manuale osteopatico (OMT) ha grandi benefici.
Per fare ciò, nel percorso dei trattamenti, è necessario passare per diversi punti:
- Valutazione dell’MRP e di tutti gli strain tissutali a carico del rachide e degli arti. Una corretta valutazione del corpo è fondamentale per procedere con tecniche mirate e precise il più possibile per dare la possibilità al soggetto di riprendersi quanto prima, utilizzando anche le 8 regole palpatorie: caldo freddo, pieno vuoto, secco umido, movimento non movimento;
- Trattare e normalizzare le disfunzioni afisiologiche più importanti come compressione della Sincondrosi Sfeno Basilare (SSB), Share sacrali e punti di elevata fissità tissutale vertebrale (tripodi o traslazioni) che riducono l’elasticità degli elementi strutturali, squilibrano il SNA e l’energia vitale del paziente e infine condizionano le strutture del neuromero ad essa collegate;
- Armonizzare il sistema ortosimpatico con tecniche sulla catena ganglionare vertebrale in riferimento al distretto colpito: se si stratta di un polso la zona da normalizzare sarà C3-D6 mentre avendo coinvolta una caviglia il distretto vertebrale interessato sarà da D12 a L5;
- Trattamento di cicatrici post traumatiche e post-chirurgiche che possono interferire nella microcircolazione locale e creare punti di fissità con ripercussioni anche a distanza;
- Riequilibrare il movimento e il ritmo della componente Cranio-Sacrale della persona per aiutarla a rilanciare il sistema parasimpatico, trattando anche le 4 membrane interossee- due nelle braccia e due nelle gambe- e successivamente utilizzare la tecnica della compressione del 4° ventricolo per rimodulare l’intero tono neurovegetativo;
- Sbloccare il sistema circolatorio emo-linfatico: indipendentemente da dove si trovi la zona compromessa, lo stretto toracico superiore (OTS) è la zona cruciale da liberare per far ripartire la circolazione corporea. Poi in base alla sede interessata dall’algodistrofia sarà necessario sbloccare il diaframma di riferimento. Esempio, se si tratta di un arto superiore oltre all’OTS, sarà doveroso liberare il cavo ascellare e la membrana interossea dell’arto colpito; così come se il problema fosse in un arto inferiore sarebbe necessario trattare il bacino con il pavimento pelvico, l’anca e la membrana interossea omolaterale.
- Utilizzare tecniche miofasciali generali su tutto il segmento appendicolare per migliorare i tessuti traumatizzati a riprendere il movimento presente e inerente, consentendo così alla persona di riprendere i micromovimenti dell’articolazione interessata e quanto prima riprendere le azioni quotidiane;
L’esperienza clinica ha mostrato che per avere dei risultati stabili sia necessario un percorso di trattamenti che vada dalle 8 alle 14 sedute, a seconda del soggetto e della gravità della patologia. Nelle prime fasi di approccio è necessario trattare la primarietà principale del corpo sia questa di tipo viscerale, strutturale o neurologico. Successivamente attraverso i passaggi citati prima ed altre tecniche fini, come quelle di Becker, si punta a ridare vita a strutture che sul piano palpatorio si presentano fredde, secche, con sensazione di vuoto e in cui il movimento presente e inerente sono assenti.
I segni clinici che facciano pensare alla restitutio ad integrum della patologia sono colorazione della cute, aumentato range nella mobilità del macro e micromovimento, valutazione termica e riequilibrio tissutale con la valutazione neutra delle 8 regole palpatorie.
Avendo delineato la complessità dell’algodistrofia è facile pensare che una parte di pazienti solo con una terapia manuale non mirata e farmacologica non abbia i risultati sperati; ecco quindi l’importanza della pratica osteopatica che punta a migliorare lo stato generale del paziente, sia fisico che energetico, per aiutarlo a superare il problema che a questo punto può essere definito come: severa distonia neurovegetativa post traumatica.
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Enrico Dondi D.O.