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“Una seduta, tre reti cerebrali”: cosa racconta un caso rs-fMRI prima/dopo terapia craniosacrale nella demenza precoce

“Una seduta, tre reti cerebrali”: cosa racconta un caso rs-fMRI prima/dopo terapia craniosacrale nella demenza precoce

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Perché questo studio attira l’attenzione?

Gli autori partono da una domanda semplice ma potente: se osserviamo il cervello “a riposo” con la risonanza magnetica funzionale (rs-fMRI), vediamo qualcosa cambiare subito dopo una singola seduta di terapia craniosacrale (CST) in una persona con demenza in fase iniziale?

La CST viene descritta come una terapia manuale leggera e non invasiva, sviluppata da John Upledger, basata sull’ipotesi di un sistema craniosacrale che coinvolge dura madre e liquido cerebrospinale (CSF), con un’impostazione “osteopatica” orientata ad autoregolazione e omeostasi. Gli autori riportano anche che è stato ipotizzato un possibile interesse della CST in Alzheimer perché potrebbe migliorare il sonno e favorire l’eliminazione di tossine, e citano lavori che collegano qualità del sonno e Alzheimer, oltre a uno studio pilota su una tecnica CST (punto fermo)

L’idea chiave: il “modello a tre reti”

Per leggere i risultati, gli autori usano il Triple Network Model (TNM), cioè un modo di descrivere l’attività cerebrale attraverso tre grandi reti funzionali:

  • DMN (Default Mode Network): più attiva durante il riposo e legata al pensiero interno/autofocalizzato
  • CEN (Central Executive Network), detta anche fronto-parietale: coinvolta in funzioni “di compito” come mantenere/manipolare informazioni e supportare decisioni orientate a obiettivi
  • SN (Salience Network): integra informazioni sensoriali/emotive/cognitive e agisce come una sorta di “interruttore” dinamico tra DMN e CEN quando qualcosa richiede attenzione

Gli autori sottolineano che questo modello è usato in molti studi di connettività e che le transizioni cognitive sono ritenute rilevanti nell’Alzheimer.

Il caso: chi è il partecipante

Lo studio riguarda un solo partecipante: uomo di 79 anni, pensionato (ex CEO) con diagnosi di malattia di Alzheimer in fase iniziale e sintomi lievi (deliri, ansia, irritabilità, comportamenti notturni). I punteggi riportati sono MMSE 24 e CDR 0,5, interpretati dagli autori come indicativi di lieve disturbo neurocognitivo

Cosa hanno fatto: rs-fMRI “prima e subito dopo” CST

Per osservare la connettività funzionale, gli autori eseguono un’analisi seed-based scegliendo cinque regioni di interesse (ROI), una per la DMN, due per la SN e due per la CEN:

  • DMN: PCC (corteccia cingolata posteriore)
  • SN: insula; ACC (cingolata anteriore)
  • CEN: LPFC (prefrontale laterale); PPC (parietale posteriore)

La seduta di CST è eseguita da un terapista certificato (CST-D) secondo il protocollo Upledger (citato come protocollo in 10 fasi), con terminologia specifica (valutazione del ritmo craniosacrale, punti di quiete, rilasci di diaframma respiratorio e ingresso toracico, OCB, CV4, ecc.)

Nel resoconto della procedura, gli autori descrivono vari passaggi (rilasci, trazione spinale leggera con identificazione di una restrizione in area T12–L2 e tecnica di rilascio), e poi lavoro sul cranio con attenzione a specifiche aree (temporale e parietale posteriore sinistra, sistema limbico, ecc.)

Il cuore dei risultati: cosa si vede nelle mappe

Qui lo studio è molto chiaro su un punto: l’osservazione è soprattutto visiva/qualitativa.

Immagini rs-fMR di DMN, SN e CEN prima e dopo il trattamento CST.

fig 1 2 -

[Figura 1]

 [rs-fMR: risonanza magnetica funzionale a riposo; DMN: rete della modalità predefinita; SN: rete di salienza; CEN: rete esecutiva centrale; CST: terapia craniosacrale; ROI: regione di interesse; PCC: corteccia cingolata posteriore; ACC: corteccia cingolata anteriore; LPFC: corteccia prefrontale laterale; PPC: corteccia parietale posteriore]

La Figura 1 viene presentata come confronto pre/post delle mappe di connettività rs-fMRI e “rivela notevoli differenze visive” nelle tre reti

  • DMN: nel post-trattamento la connettività appare inferiore rispetto al pre-trattamento
  • SN e CEN: nel post-trattamento mostrano una connettività maggiore attorno alle ROI (nelle sezioni assiali trasversali)

Gli autori spiegano anche come leggere la figura: i cerchi verdi indicano le ROI (PCC per DMN, insula/ACC per SN, LPFC/PPC per CEN); il valore T rappresenta la forza statistica della connettività tra il seed e altre aree, mentre i valori Z “non contengono informazioni di confronto” perché provengono dallo stesso partecipante.

In sintesi (sempre secondo la lettura degli autori): dopo CST si osserva un apparente spostamento verso DMN ridotta e SN/CEN espanse, ma ribadiscono che si tratta di “differenze qualitative”.

Come interpretano gli autori: un possibile “ritorno” a dinamiche più tipiche

Nella discussione, gli autori collegano la lettura delle immagini al TNM: in generale, SN dovrebbe aiutare a passare tra DMN (riposo/attenzione interna) e CEN (attenzione esterna/compiti). In individui sani, quando CEN è attiva, DMN dovrebbe essere relativamente soppressa, e viceversa

  • Prima del trattamento, le immagini “sembravano suggerire” un’attività simultanea delle tre reti (SN, DMN e CEN), diversa dal modello tipico in cui DMN e CEN sono spesso in relazione inversa. Gli autori sostengono che questo potrebbe indicare una interruzione della commutazione tra reti, ma precisano che questa interpretazione resta speculativa senza misure quantitative.
  • Subito dopo il trattamento, le immagini “sembravano suggerire” un pattern diverso: SN più forte e la relazione più “tipica” tra DMN e CEN (DMN che diminuisce mentre CEN aumenta). Gli autori notano che queste osservazioni potrebbero essere “strettamente correlate” temporalmente all’intervento CST.

Cosa possiamo concludere (e cosa no)

La conclusione è volutamente prudente: questo case report documenta cambiamenti evidenti nelle mappe di connettività confrontando rs-fMRI prima e subito dopo una singola sessione CST.

Ma gli stessi autori indicano limiti importanti:

  • la sequenza temporale non dimostra causalità (possono esserci fattori confondenti)
  • senza parametri quantitativi, restano impressioni qualitative che richiedono validazione statistica
  • un singolo partecipante non consente generalizzazioni, né permette di stabilire se i cambiamenti siano un beneficio clinico (ad esempio miglioramento della funzione cerebrale o cognitiva)

Proprio per questo, gli autori presentano il lavoro come una prima applicazione del neuroimaging per documentare in modo oggettivo cambiamenti “associati temporalmente” alla CST, e chiedono studi futuri più rigorosi (campioni più ampi, controlli, analisi quantitative, follow-up)

Fonte: Lin WC, Wu A, Chen NC, Ha B. “Observations of Triple Network Model Connectivity Changes by Functional Magnetic Resonance Imaging in a Single Early-Stage Dementia Participant Pre- and Post-craniosacral Therapy: A Case Report” . Cureus. 2025 Nov 20;17(11):e97329. doi: 10.7759/cureus.97329. PMID: 41278048; PMCID: PMC12640224.

Clicca qui per leggere l’articolo completo: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12640224/

Matteo Cestaro D.O.

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