Gennaio: il mese dell’addestramento del cane (e perché ha senso parlarne)
Gennaio: il mese dell’addestramento del cane (e perché ha senso parlarne)

Gennaio, per molti proprietari, è il mese perfetto per ripartire con buone abitudini: nuove routine, più organizzazione… e, perché no, anche un percorso di educazione per il cane. Negli Stati Uniti esiste infatti il “National Train Your Dog Month”, un’iniziativa nata per ricordare quanto socializzazione e addestramento siano fondamentali per la convivenza quotidiana interspecifica.
Addestrare significa soprattutto comunicare meglio per prevenire problemi, rendere il cane più sereno e aiutare la famiglia a vivere con meno stress.
Molti cani infatti finiscono in difficoltà (in famiglia o, nei casi peggiori, in strutture e rifugi) per motivi legati a comportamenti non gestiti: sporcare in casa, tirare al guinzaglio, abbaiare eccessivamente, distruggere oggetti, ansia da separazione, paura o reattività verso persone e altri animali. Spesso questi problemi non dipendono da “cattiveria” o “testardaggine”, ma da scarsa socializzazione con i propri simili, incoerenza nelle regole e mancanza di routine e stimoli adeguati.
L’addestramento, se fatto bene, diventa quindi un investimento: più benessere per il cane e più tranquillità per chi vive con lui.
PAROLA D’ORDINE: SIAMO DUE SPECIE DIVERSE!
Come prima cosa dobbiamo renderci conto che, tra cane e umano, bisogna strutturare un linguaggio comprensibile ad entrambi perchè noi non parliamo la lingua dei cani e i cani non parlano la lingua degli umani: è come se un tedesco e un cinese cercassero di comunicare ognuno con la propria lingua! Si creerebbero incomprensioni fastidiose e limitanti nella conversazione. Quando un cucciolo (o un cane adulto) entra in casa, gli chiediamo di adattarsi a regole che non sono naturali per lui: orari, ambienti chiusi, rumori, persone, guinzaglio, ascensori, visite e gestione della solitudine.
Per questo l’addestramento non è solo “insegnare comandi”: è insegnare al cane come vivere nel nostro mondo, e allo stesso tempo imparare noi a capire bisogni, segnali e limiti che lui ci mostra.
I metodi basati su ricompensa, rispetto e chiarezza aiutano il cane a capire cosa ci aspettiamo da lui, senza paura. L’idea è semplice: il cane è più motivato a ripetere ciò che gli porta un risultato piacevole (premio, gioco, attenzioni, accesso a qualcosa che desidera).
Come imparano i cani?
Nella storia sono stati individuati due tipi di apprendimento: condizionamento classico e condizionamento operante.
Il condizionamento classico spiega come un cane possa associare due eventi. L’esempio più famoso è quello di Ivan Pavlov: i cani iniziavano a salivare quando sentivano un suono (come un campanello) perché, nel tempo, avevano imparato che quel suono anticipava il cibo.
Per capirlo in modo semplice:
- Stimolo incondizionato: qualcosa che provoca una risposta naturale (es. il cibo).
- Riflesso incondizionato: la risposta naturale (es. salivare).
- Stimolo condizionato: qualcosa che all’inizio è “neutro” (es. un campanello) ma che, associato spesso al cibo, finisce per anticiparlo.
- Riflesso condizionato: la risposta “imparata” al suono (salivare anche prima di vedere il cibo).

Questo meccanismo ci permette di capire quanto conti la coerenza: se un segnale (parola, gesto, suono) a volte significa una cosa e a volte un’altra, il cane si confonde o “disimpara”.
B.F. Skinner (condizionamento operante) studiò come i comportamenti aumentano o diminuiscono in base alle conseguenze: un’azione seguita da un risultato positivo tende a ripetersi.
Qui entra in gioco il concetto di rinforzo: se il cane si siede e subito dopo riceve un bocconcino o un gioco, sarà più portato a sedersi di nuovo.
Due concetti fondamentali:
- Rinforzo positivo: aggiungo qualcosa di piacevole (premio, gioco, carezza, accesso a qualcosa) dopo il comportamento corretto → il comportamento aumenta.
- Rinforzo negativo: tolgo qualcosa di spiacevole quando compare il comportamento corretto → anche qui il comportamento aumenta.
(Nota: “togliere qualcosa di piacevole” non è rinforzo negativo: è punizione negativa ed è sempre meglio non utilizzarla).

I limiti dell’approccio “solo comandi”
Quando l’addestramento diventa ripetitivo e rigido, possono comparire tre problemi tipici:
- Il cane esegue “solo in quel contesto”
Magari fa un “seduto” perfetto in salotto, ma fuori, con distrazioni, sembra “dimenticare tutto”. Non è disobbedienza: spesso è mancanza di generalizzazione (ci arrivo tra poco). - Risposte automatiche, poca flessibilità
Se il cane impara solo “cosa fare quando glielo dico”, può diventare dipendente dalle istruzioni, senza sviluppare capacità di adattamento. - Emozioni trascurate
Un cane può “obbedire” ma essere in ansia, iperattivo o in difficoltà. L’educazione moderna prova invece a lavorare anche su stato emotivo e sulla motivazione, non solo sull’esecuzione.
La svolta moderna: educare significa collaborare
La prospettiva più attuale vede il cane come un individuo con bisogni, emozioni e stili di apprendimento diversi. L’educazione, in questa ottica, non è “imporre esercizi”, ma guidare il cane verso scelte più utili e sicure, creando abitudini che funzionano per entrambi.
La motivazione è la chiave
Un apprendimento stabile nasce quando il cane è nelle condizioni giuste per imparare. La motivazione cambia:
- in base all’età (cucciolo, adulto, senior),
- allo stato del momento (stanco, agitato, affamato, curioso),
- all’ambiente (casa tranquilla o strada piena di stimoli).
Se provi a insegnare un esercizio complesso quando il cane è sovraeccitato o stanco, è normale fallire. La strategia intelligente è scegliere il momento giusto e fare sessioni brevi, chiare, “vincenti”.
Quando lavori in modo educativo (non solo “comandi”), spesso i risultati vanno oltre l’obbedienza:
- Autonomia decisionale: il cane inizia a scegliere comportamenti adatti senza che tu debba “telecomandarlo” sempre.
- Resilienza emotiva: gestisce meglio frustrazioni e cambiamenti, si fida di più, si riprende prima dopo uno spavento.
- Relazione più stabile: meno conflitto e più collaborazione con l’umano di riferimento.
Quando serve “addestramento” e quando serve “educazione”?
- Addestramento: utilissimo per sicurezza e gestione (richiamo, “lascia”, “fermo”, condotta, comandi d’emergenza);
- Educazione: è la base per la vita quotidiana: fiducia, comunicazione, gestione emotiva e autonomia;
La soluzione migliore, per quasi tutte le famiglie, è un approccio integrato: usare i principi dell’apprendimento dentro una cornice di rispetto, motivazione e benessere.

Cose da fare (per ottenere risultati migliori)
- Osserva il tuo cane e rispetta i suoi tempi: ogni cane impara con velocità diverse.
- Sii coerente: stessi comandi, stesse regole, stessi criteri in famiglia.
- Premia subito dopo il comportamento corretto, che sia con un biscottino o una carezza o una parola di conforto (il tempismo è tutto).
- Un obiettivo alla volta: meglio un comando semplice fatto bene che dieci confusi.
- Allena in ambienti diversi: casa, giardino, strada tranquilla, poi contesti più difficili (con calma).
- Mantieni sessioni brevi e leggere: meglio 5 minuti fatti bene che 30 minuti stressanti.
- Gentilezza e pazienza: se qualcosa non funziona, spesso è il metodo da rivedere, non “il cane che non vuole”.
Da evitare
- Usare il nome in modo negativo: il cane finisce per associarlo al rimprovero.
- Premiare prima del comportamento completo: rischi di rinforzare un “mezzo comando”.
- Ripetere il comando in continuazione: insegni al cane che può ignorarti.
- Incoerenza (oggi sì, domani no): è una delle prime cause di frustrazione.
- Punizioni fisiche: peggiorano il rapporto e possono aumentare paura e reattività.
- Lasciar correre comportamenti indesiderati “tanto è piccolo”: spesso diventano abitudini.
Questo “mese dell’addestramento” può diventare un’ottima scusa per ripartire con l’idea giusta: non si tratta di dominare o “programmare” un cane, ma di costruire un ponte di comunicazione interspecifico che permetta a tutti di migliorarsi.
Chiara Ruggeri D.O.
