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Osteopatia Oltre le Sbarre

Osteopatia Oltre le Sbarre

Foto ICAMM per art 1 -

Foto personale dell’autore dell’esterno dell’ICAM di Milano e dell’area giochi (2025).

Quando la pesante porta dell’ICAM (Istituto a Custodia Attenuata per Madri) di Milano si è chiusa alle mie spalle per la prima volta, ho sentito uno “sbam” che ha segnato una separazione netta dal mondo esterno. Chiavi, portafogli, cellulare e ahimè non solo le cose materiali, sono rimaste fuori per entrare in una realtà che impone di lasciare i propri schemi e le proprie sicurezze sulla soglia. Quando poi ho chiesto alle guardie di tenere d’occhio il mio telefono, per un’eventuale urgenza da scuola dei miei figli, in quell’istante, ho percepito con maggior chiarezza quanto tutto fosse diverso.

Fortunatamente, l’ICAM è una realtà protetta, un luogo dove le madri detenute possono attendere il parto e/o vivere con i loro neonati e bambini piccoli, fino ai tre o quattro anni. Una bolla, seppur difficile, che offre un barlume di normalità. È anche qui che ho deciso di estendere il progetto “Osteopathy For Everyone” per garantire l’accesso alle cure osteopatiche alle persone più fragili, spinta non solo dalla voglia di aiutare, ma anche da una profonda curiosità osteopatica. Volevo testare i tessuti di queste persone, studiarne la dinamica e il comportamento.

L’obiettivo a lungo termine è quello di estendere l’ambito di tale progetto sempre di più coinvolgendo colleghi o studenti che desiderano approfondire queste tematiche sociali e cliniche. Sarebbe un traguardo straordinario se l’osteopatia venisse inserita stabilmente nel piano di trattamento carcerario, in piena associazione alle cure pediatriche e mediche. I vantaggi sarebbero molteplici: innanzitutto un potenziale minor ricorso ai farmaci, poiché l’approccio manipolativo può risolvere alla radice problematiche che spesso vengono trattate sintomaticamente, portando quindi a una riduzione della spesa farmaceutica. Inoltre, si otterrebbe un benessere prolungato del paziente grazie a un lavoro svolto a “360 gradi”: si interviene infatti non solo sul sintomo segnalato dallo specialista o dal paziente, ma si cerca di risalire il più possibile alla causa di esso e spesso trattando tale causa si assiste alla risoluzione di altri disturbi correlati. Infine, non meno importante, sarebbe la riduzione dello stress per il personale medico, che si trova a gestire quadri sintomatologici cronici e complessi; un’accelerazione nella remissione dei sintomi tramite l’osteopatia e/o un miglioramento globale della salute del paziente, ridurrebbe il carico di visite e la pressione sul personale medico-infermieristico.

Quando mi sono presentata, lo scetticismo era palpabile. Molte persone, come prevedibile, non avevano idea di cosa fosse l’osteopatia né dei benefici che potesse offrire. Mi guardavano non solo con sospetto ma anche dall’alto in basso, ero sotto valutazione.

Il mio primo incontro con loro, in una stanza dalle pareti arancioni, è stato un momento di forte tensione. Tre donne incinte: una gravida sdraiata, che mi lanciava occhiate cariche di risentimento, con un misto di nervosismo per la mia presenza e rabbia per la sua condizione; la compagna di stanza, con un pancione di sei mesi, seduta in una posizione antalgica, concentrata sui suoi dolori e sul bisogno di un rimedio immediato; e un’altra, più composta e curiosa, forse disposta ad ascoltare. Ho percepito il loro disinteresse, la loro diffidenza ma anche la necessità di capire come e dove “inquadrarmi”, se potevo essere di aiuto e come.

Devo dire che, grazie in parte al mio vissuto, sono riuscita ad abbattere le barriere del pregiudizio e a presentarmi: “Sono un osteopata, il che significa che uso le mie mani per aiutare le persone a sentirsi meglio. Uso solo le mie mani, non farmaci. Posso aiutarvi con dolori, difficoltà a dormire e anche con i disturbi della gravidanza. Per chi volesse, io ci sono. Se non volete, me ne torno a casa”. Non sapevo se avesse funzionato, ma quasi subito lo sguardo della donna distesa, quella più nervosa, è cambiato; chissà, forse si aspettava la solita presentazione da “maestrina”.

Persino all’ educatrice che mi accompagnava, sorpresasi per tale approccio, guardandola con assoluta certezza ribadii il concetto: “Quando scopriranno cosa può fare l’osteopatia, non saprò più come trattarle tutte.” Lei annuì anche se perplessa.

Nonostante la diffidenza iniziale, fortunatamente la donna “incuriosita” e che chiamerò Claudia, si è convinta e ha voluto sperimentare; credo che anche la necessità fisica, una invalidante lombosciatalgia, l’abbia spinta a essere la mia prima paziente. Da lì con questa prima fiducia anche altre pazienti, per alcune anche i loro bambini, hanno chiesto di essere visitate. Dopo tale partenza “conquistata”, il mio primo giorno è stato comunque diverso da come pianificato. Sebbene fossi partita con l’intenzione di strutturare uno studio, completo di scale di misurazione e parametri clinici, ho capito che all’ICAM non esistono “programmi fissi”. Devi essere pronto a cambiare rotta, ad essere flessibile su una diversità di dinamiche improvvise : donne appena arrivate, altre arrabbiate per qualche motivo, bambini che stanno per uscire per prendere una boccata d’aria. L’adattamento è tutto, anche per la logistica; il mio lettino smontabile viene posizionato in sala TV o in sala giochi.

Il Corpo Racconta ciò che le parole non dicono

Per essere il meno possibile condizionata ho deciso di non approfondire nulla delle storie, né del crimine commesso. Sebbene non abbia particolari pregiudizi, ho pensato che tale conoscenza mi avrebbe potuto condizionare. L’anamnesi pertanto si concentra quindi solo sulla storia medica attuale e pregressa; per il resto non si chiede nulla, è il corpo della paziente a parlare.

Quando ho posato la mano su Claudia, i suoi tessuti mi hanno letteralmente “chiamata” verso l’interno. Il movimento connettivale profondo era lentissimo, orientato verso l’estensione, con una netta traslazione disfunzionale. Era una paziente distonica pura. Non dormiva, soffriva di cefalee muscolo tensive e viveva in uno stato di forte angoscia e depressione, legato all’incertezza sulla sua data di rilascio.

Ho trattato il problema biomeccanico vertebrale e poi mi sono soffermata sul riequilibrio del sistema nervoso autonomo.

Oggi, a distanza di un anno, la lista di richieste è cresciuta proprio come avevo previsto. Accolgo donne con dolori che spesso accompagnano la gravidanza o il post-partum e bambini che presentano quelle difficoltà comuni che ogni osteopata vede abitualmente, come plagiocefalie, otiti, coliche o difficoltà nel sonno. Accanto a questi casi, ci sono anche mamme e bambini che a causa dell’esposizione a sostanze tossiche in fase gestazionale e che chiaramente ora non usano più, vivono, comunque, una situazione ancora più complessa, date le ricadute fisiche e neuro-comportamentali che ci sono state e che occorre comunque saper interpretare e gestire anche in ambito osteopatico.

Caso “Ethan”: quando il trauma lascia un segno nei più piccoli

In Ethan, sei mesi, sesto figlio, ho riscontrato un reperto palpatorio che non avevo mai sperimentato prima. Era stato portato alla mia attenzione dalla pediatra a seguito di una diagnosi di plagiocefalia posizionale, forti ristagni di catarro e difficoltà a dormire.

Nato prematuro e separato dalla madre a un mese di vita a causa dell’arresto di lei, ha dovuto interrompere bruscamente l’allattamento al seno.

Un trauma di tale entità altera profondamente la risposta di adattamento del bambino, lasciando segni fisici. Nonostante sia stato fortunatamente ricongiunto alla madre intorno ai tre mesi, nel primo mese di separazione ha sofferto di coliche e rigurgiti. L’elemento più allarmante era la poca energia vitale, con chiare disfunzioni somatiche riflesse a livello dell’area surrenalica, rene sinistro e area polmonare.

Ho trattato Ethan e mi hanno riferito immediatamente, il giorno successivo, una modifica positiva del ritmo sonno-veglia e della funzionalità organica.

Ho visitato anche sua madre che presentava un’amenorrea secondaria da circa tre mesi. Nello specifico, ho riscontrato delle disfunzioni somatiche nelle aree riflesse dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e del bacino, segni di uno stato di “congelamento” emotivo e fisico. Attraverso tecniche di riequilibrio del sistema nervoso autonomo, ho cercato di allentare quella morsa di stress cronico che impediva al corpo di ritrovare il suo ritmo naturale. Trattando la madre, ho percepito come il rilascio delle sue tensioni profonde riflettesse e consolidasse i miglioramenti già visti nel piccolo Ethan, come se i loro sistemi fluidici comunicassero ancora costantemente.

Purtroppo, la vita in carcere riserva ancora dure prove. Alla mia prima paziente, Claudia, è stato diagnosticato un tumore al seno che dovrà affrontare all’interno delle mura dell’ICAM.

Il mio lavoro qui è un costante monito: dietro le sbarre la sofferenza si rintana e può sommergerti; finché potrò, userò le mie mani per offrire un ascolto profondo e un aiuto terapeutico, perché ogni corpo, specialmente il più ferito, merita di essere ascoltato e curato.

Laura Schiavone D.O.

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