Abitare il corpo: la cura che diventa identità
Abitare il corpo: la cura che diventa identità
Il Primo Incontro: Il Corpo del Neonato
C’è un momento, silenzioso e potente, in cui un neonato viene preso in braccio per la prima volta. Non sa ancora nulla del mondo, ma sente: il calore di una mano, l’odore della pelle che lo avvolge, il ritmo del cuore materno che già conosce ed è proprio lì che inizia il suo racconto scritto nel corpo, prima ancora che nelle parole.
Il corpo è la prima casa dell’identità ed è nelle prime esperienze fisiche (nel modo in cui viene toccato, contenuto, accudito) che il bambino comincia a percepirsi come esistente. Non basta nutrire o lavare, serve qualcosa che passi attraverso le mani ma anche attraverso la presenza, lo sguardo, l’intenzione. Un corpo amato è un corpo che può diventare soggetto, che può iniziare a dirsi “io”.
Il Linguaggio del Corpo del Neonato
Il neonato non sa parlare, ma comunica con ogni parte di sé, con il pianto, con il movimento disordinato delle braccia, con il battito accelerato. È proprio il corpo il suo primo linguaggio, la prima mappa sensibile su cui si scrivono emozioni e presenze.
Quando una madre, o chiunque se ne prenda cura, risponde a quel linguaggio con tenerezza, con attenzione, con gesti che non sono solo automatici ma affettuosi, allora il bambino comincia a sentire che esiste, che ha un contorno che non è disperso nell’aria.
Ogni fascia stretta, ogni mano che sostiene la testa, ogni carezza dopo un pianto è una forma di riconoscimento che non si limita alla cura fisica, ma si realizza nel “ti vedo”. E nel vedersi attraverso lo sguardo e il tocco dell’altro, il bambino comincia a costruire la sua idea di sé.
Il Corpo e l’Amore Trasformativo
Ci sono infatti cure che funzionano e garantiscono la sopravvivenza, ma non sono sufficienti perché il corpo non ha bisogno solo di essere nutrito, ha bisogno di essere sentito, di essere amato in modo che quell’amore si imprime nella carne, nei muscoli, nei ricordi che ancora non hanno nome.
C’è una differenza sottile, ma profonda, tra il prendersi cura e il farlo con presenza, tra il nutrire e il farlo con sguardo, con voce, con intimità. Quando il gesto è abitato dall’amore, diventa esperienza trasformativa e il corpo del bambino impara che può fidarsi, che il mondo non è un insieme di mani estranee, ma un luogo in cui può lasciarsi andare, in cui può essere accolto.
L’Abitare il Corpo: Un Senso di Continuità
Tutti noi nasciamo con un corpo, e piano piano impariamo ad abitarlo. Le prime esperienze sensoriali, come l’essere contenuti, tenuti, lavati con dolcezza, sono le prime narrazioni che il bambino riceve su chi è e su quanto vale e quando il corpo viene toccato con rispetto e calore, il bambino sente di avere un posto, non solo nel mondo, ma dentro di sé. Proprio in quel sentire si genera il senso di continuità dell’essere, ancora indefinita ma potente, di essere qualcuno, inteso non come qualcosa da gestire ma come qualcuno da amare.
Le memorie corporee, che vivono sotto la pelle e oltre la parola, sono la base di ogni narrazione futura di sé. Così, un corpo che è stato accolto saprà accogliere, un corpo che è stato riconosciuto potrà riconoscersi.
L’Ansia dei Genitori e l’Importanza del Pensiero Riflessivo
Mi rendo conto che questo discorso possa produrre il rischio per i genitori di vivere i primi momenti di contatto e di cura investiti dall’ansia del dover “fare bene”. Questo aumenta il desiderio di disporre del tanto agognato “libretto di istruzioni” che mostri il modo giusto di procedere nella cura del neonato e che metta al riparo dall’errore.
Tuttavia, credo di poter affermare con sicurezza che non esistono genitori perfetti, ma esistono genitori che si fermano a pensare al proprio bambino e, forse, a come quel bambino li fa sentire. Ogni figlio, fin dai primi giorni di vita, è un potente sollecitatore: risveglia paure, insicurezze, desideri, memorie antiche e innesca movimenti interiori spesso inconsapevoli.
Essere Genitori Sufficientemente Buoni
Winnicott parlava di una “madre sufficientemente buona” non per dare un voto al caregiving, ma per descrivere una qualità relazionale: la capacità di sintonizzarsi, ma anche di tollerare il non sapere subito, il non capire tutto. Un genitore sufficientemente buono è qualcuno che regge il tempo dell’incertezza, che si pone domande senza pretendere risposte immediate.
Nasce così l’importanza di uno spazio di pensiero per i genitori: uno spazio in cui ci si possa chiedere, senza colpa né giudizio, “cosa mi sta succedendo quando mio figlio piange e io non riesco a calmarlo?”, “perché sento di dover sempre fare tutto bene?”, “che bambino sono stato io, e cosa porto di quel bambino nel mio modo di essere genitore?”
Un genitore che può pensare ai propri vissuti è un genitore che può anche accogliere quelli del bambino. Può vedere, sotto al pianto o all’agitazione, non un attacco o un fallimento, ma un’espressione, un appello primitivo e potente che chiede: “Ci sei?”
Il Corpo e la Memoria: Un Incontro Potente
Chi lavora con il corpo lo sa: il corpo ricorda, anche quando la mente dimentica. Conserva tracce silenziose di gioie, traumi non detti, cure ricevute e cure mancate. Il corpo trattiene, e a volte trattiene troppo: si irrigidisce, si difende, si protegge come può.
Eppure, dentro quei tessuti tesi o spenti, c’è ancora spazio per un incontro. Così, quando il tocco è autentico, non invasivo, non funzionale ma presente, allora può accadere qualcosa. Non si tratta solo di rilasciare una tensione, ma di parlare al corpo nella sua lingua più antica, quella che trasmette presenza e accoglienza.
La Terapia come Esperienza Riparativa
In quel momento, il trattamento manuale smette di essere un atto tecnico e può diventare tempo sospeso, gesto relazionale, cura che riconosce. Per un bambino (e non solo) questo tipo di contatto può riattivare memorie precoci, anche senza parole.
Può diventare un’esperienza nuova, in cui sentirsi toccati coincide con sentirsi accolti. E forse, proprio lì, può cominciare una piccola riparazione: non per cancellare ciò che è stato, ma per dare un’altra forma al sentirsi al mondo.
La Psiche e il Corpo: La Terapia come Incontro
Anche in psicoterapia accade qualcosa di simile. Non c’è contatto fisico, ma c’è una corrente sottile che attraversa la stanza: passa dallo sguardo, dalla voce, dal silenzio che regge. La relazione terapeutica, se autentica, è anch’essa un gesto di accoglienza: una mano invisibile che sostiene, un luogo dove si può essere, anche quando non si sa bene chi si è.
Il lavoro con i neonati, da parte dei genitori, dei terapeuti, degli osteopati, è molto più di una questione tecnica. È un gesto umano, poetico, politico. È la possibilità di dire, anche senza parole: “Tu esisti. E sei degno di amore”. E da lì, forse, può cominciare una storia.
Francesca Durante, Psicologa e Psicoterapeuta