Quando la visione provoca vertigine
Quando la visione provoca vertigine

Dizziness visivamente indotta e alterazioni dell’integrazione visuo-vestibolare
Quando si parla di vertigini, il pensiero corre quasi automaticamente al labirinto dell’orecchio interno. In effetti, numerose sindromi vertiginose dipendono da alterazioni vestibolari periferiche, come la vertigine parossistica posizionale benigna, la neurite vestibolare o la malattia di Ménière.
Esiste però un numero significativo di persone nelle quali i sintomi compaiono o aumentano soprattutto durante l’esposizione a immagini in movimento, ambienti affollati, superfici ricche di contrasti, schermi, traffico o scenari visivamente complessi. Questi pazienti possono riferire vertigine, instabilità, disorientamento, nausea, cefalea, affaticamento visivo o la sensazione che l’ambiente si muova.
In questi casi si parla di dizziness visivamente indotta, dall’espressione inglese visually induced dizziness, oppure di ipersensibilità al movimento visivo. Il problema non è necessariamente localizzato negli occhi, ma riguarda il modo in cui il sistema nervoso integra le informazioni visive con quelle vestibolari e somatosensoriali.
Nella letteratura scientifica vengono utilizzate anche espressioni come visual vertigo, visual motion sensitivity e visual motion hypersensitivity. Questi termini descrivono fenomeni clinici parzialmente sovrapponibili e testimoniano quanto il rapporto tra visione, movimento ed equilibrio sia complesso.
Vertigine, dizziness e instabilità non sono la stessa cosa
Nel linguaggio comune, la parola “vertigine” viene spesso utilizzata per descrivere sensazioni molto diverse. Dal punto di vista clinico è invece importante chiarire quale esperienza stia realmente riferendo il paziente.
La vertigine propriamente detta consiste nell’illusione che il corpo o l’ambiente si stiano muovendo.
Con il termine dizziness si descrive invece una sensazione meno specifica di disorientamento, stordimento o alterata percezione dello spazio.
Altri pazienti parlano soprattutto di instabilità, cioè della sensazione di non essere sicuri durante la stazione eretta o la deambulazione. Nell’oscillopsia, invece, l’ambiente appare instabile o oscillante, soprattutto durante i movimenti della testa. La cinetosi è infine caratterizzata da nausea e malessere provocati dal movimento reale o visivamente percepito.
Queste sensazioni possono coesistere, ma non indicano necessariamente la stessa condizione clinica. Una raccolta anamnestica accurata deve quindi partire da una domanda apparentemente semplice: che cosa intende esattamente il paziente quando afferma di avere le vertigini?
Il contributo della visione all’equilibrio
Il mantenimento dell’orientamento spaziale e dell’equilibrio dipende dall’integrazione di tre grandi sistemi sensoriali.
Il sistema vestibolare rileva le accelerazioni della testa e il suo orientamento rispetto alla gravità. Il sistema visivo informa sul movimento dell’ambiente, sul movimento dell’osservatore e sulla struttura dello spazio circostante. Il sistema somatosensoriale fornisce invece informazioni provenienti dalla cute, dalle articolazioni e dai muscoli.
Il sistema nervoso centrale confronta continuamente questi segnali e modifica il peso attribuito a ciascuno di essi in base alla situazione. Questo processo viene definito ponderazione sensoriale, o sensory reweighting.
Quando camminiamo, per esempio, il movimento delle immagini sulla retina produce un flusso ottico coerente con lo spostamento del corpo. Contemporaneamente, il sistema vestibolare rileva le accelerazioni del capo, mentre la propriocezione informa sulla posizione degli arti e del tronco.
In condizioni normali, queste informazioni sono sufficientemente concordanti da produrre una percezione stabile dello spazio. Se invece uno dei segnali è ridotto, ambiguo o discordante, il sistema nervoso cerca di compensare attribuendo maggiore importanza alle informazioni che considera più affidabili.
Dopo una lesione vestibolare, per esempio, il paziente può imparare a fare maggiore affidamento sulla visione. In una prima fase questa strategia può essere utile. Se però persiste in modo eccessivo, la persona può diventare molto sensibile agli ambienti visivamente complessi e sviluppare una vera e propria dipendenza visiva.
Il conflitto visuo-vestibolare
Uno dei meccanismi che può provocare i sintomi è il conflitto tra il movimento percepito attraverso la visione e quello rilevato dal sistema vestibolare.
Osservando da vicino una giostra in rotazione, una folla in movimento o una scena cinematografica particolarmente dinamica, ampie porzioni della retina vengono stimolate da immagini che si spostano rapidamente. Il sistema visivo può interpretare questo flusso ottico come se fosse l’osservatore a muoversi, anche se il corpo e la testa sono fermi.
La discrepanza tra il movimento percepito visivamente e l’assenza di una corrispondente accelerazione vestibolare può generare illusione di automovimento, instabilità, nausea, disorientamento spaziale e aumento delle oscillazioni posturali. Il paziente può sentire la necessità di distogliere lo sguardo, interrompere l’osservazione o chiudere gli occhi.
Il fatto che i sintomi si riducano chiudendo gli occhi indica che la stimolazione visiva contribuisce al disturbo. Non dimostra però, da solo, che il problema abbia un’origine esclusivamente oculare.
Le situazioni più frequentemente provocatorie
La dizziness visivamente indotta può manifestarsi in numerose situazioni della vita quotidiana. Alcune sono così comuni che il paziente può non riconoscerle immediatamente come espressione dello stesso problema.
Automobili, autobus e imbarcazioni
Leggere o utilizzare uno smartphone durante un viaggio in automobile può provocare nausea perché gli occhi fissano un riferimento relativamente stabile, mentre il sistema vestibolare rileva accelerazioni, curve e oscillazioni.
Il fenomeno può essere più intenso nei sedili posteriori, dove la persona ha una minore possibilità di prevedere la traiettoria del veicolo e di osservare la strada.
Anche durante un viaggio in barca i sintomi possono aumentare negli ambienti interni. In questa situazione, le pareti e gli oggetti appaiono visivamente immobili, mentre il sistema vestibolare percepisce il movimento dell’imbarcazione. Guardare l’orizzonte, quando possibile, fornisce invece un riferimento visivo maggiormente coerente con il movimento reale.
La cinetosi è comunque un fenomeno molto diffuso e la sua presenza non implica necessariamente una patologia visiva o vestibolare.
Giostre e oggetti in movimento
Alcune persone avvertono nausea o instabilità semplicemente osservando una giostra, un pendolo, un’altalena, un oggetto sospeso mosso dal vento o una superficie rotante.
Il sintomo può comparire anche quando l’osservatore è seduto e perfettamente fermo, perché lo stimolo provocatorio è rappresentato dal movimento di un’ampia parte del campo visivo.
Cinema, televisione e realtà virtuale
Scene caratterizzate da rapidi movimenti della telecamera, inseguimenti, panoramiche, simulazioni di volo o prospettive in prima persona possono generare vertigine visiva e nausea.
I sintomi tendono a essere maggiori quando lo schermo occupa una parte molto ampia del campo visivo, come avviene sedendosi nelle prime file di un cinema oppure utilizzando sistemi di realtà virtuale.
Supermercati e ambienti affollati
I supermercati rappresentano uno degli ambienti più frequentemente indicati dai pazienti. Scaffali ripetitivi, forti contrasti, illuminazione artificiale, persone in movimento e continui spostamenti della testa producono una grande quantità di informazioni visive.
Sintomi simili possono comparire nei centri commerciali, nelle stazioni, negli aeroporti, nel traffico, durante l’attraversamento di una strada, nelle folle o davanti a grandi schermi. Anche lo scorrimento rapido di testi e pagine web può risultare provocatorio.
Scale, altezze e superfici complesse
Scendere rapidamente le scale richiede una precisa coordinazione tra movimenti oculari, movimenti del capo, informazioni vestibolari e controllo degli arti inferiori.
Pattern geometrici, gradini poco contrastati, pavimenti decorati o superfici trasparenti possono aumentare l’insicurezza e modificare la strategia posturale.
Anche il disagio in altezza può coinvolgere componenti visive, vestibolari, posturali ed emozionali. Non deve pertanto essere attribuito automaticamente a un deficit oculomotorio.
Quando si sospetta un coinvolgimento visivo
La semplice misurazione dell’acuità visiva non è sufficiente per valutare il contributo della visione alla dizziness. Una persona può vedere dieci decimi e presentare comunque difficoltà binoculari, accomodative, oculomotorie o visuo-percettive.
Quando l’anamnesi suggerisce un coinvolgimento visivo, è quindi indicata una valutazione funzionale più approfondita.
Occorre considerare eventuali differenze significative tra i due occhi, distorsioni ottiche, aniseiconia o difficoltà comparse dopo un cambiamento della prescrizione. Anche l’adattamento a lenti progressive, prismi o nuove geometrie ottiche può influire sulla percezione dello spazio e del movimento.
Devono inoltre essere valutate le funzioni binoculari e oculomotorie. Insufficienza di convergenza, scompensi eteroforici, diplopia, anomalie accomodative e deficit delle saccadi o dell’inseguimento possono produrre affaticamento, cefalea, visione instabile, difficoltà di lettura e, in alcuni casi, dizziness.
Queste condizioni devono però essere documentate mediante esami appropriati. La presenza di una foria, di una ridotta riserva fusionale o di un’anomalia accomodativa non dimostra automaticamente che tali reperti siano la causa della sintomatologia.
Il significato clinico di un’alterazione visiva dipende dalla sua coerenza con l’anamnesi, dalla possibilità di riprodurre i sintomi in modo controllato e dalla risposta a interventi mirati.
L’esame visivo non deve mai sostituire la valutazione vestibolare, neurologica o medica, ma può fornire informazioni importanti all’interno di un percorso interdisciplinare.
Non sempre la causa è negli occhi
La presenza di sintomi provocati dalla visione non significa necessariamente che esista un’anomalia primaria degli occhi o dei muscoli oculari.
La dizziness visivamente indotta può comparire dopo una lesione vestibolare, nell’emicrania vestibolare, nella persistent postural-perceptual dizziness, dopo un trauma cranico oppure in associazione a disturbi binoculari, oculomotori o cervicali.
Quadri clinici differenti possono quindi produrre sintomi apparentemente simili. Per questo motivo, uno degli aspetti più importanti della valutazione consiste nel distinguere il fattore che provoca il sintomo dal meccanismo che lo ha originato e da quelli che ne favoriscono la persistenza.
Il ruolo delle componenti emotive
Ansia e sintomi vestibolari possono amplificarsi reciprocamente. La paura di perdere l’equilibrio può aumentare l’attenzione verso le sensazioni corporee, irrigidire il controllo posturale e favorire l’evitamento delle situazioni considerate pericolose.
Con il tempo, il paziente può smettere di frequentare supermercati, luoghi affollati, mezzi pubblici o ambienti caratterizzati da intensa stimolazione visiva. Questo evitamento può ridurre ulteriormente la tolleranza al movimento e contribuire alla cronicizzazione.
Ciò non significa che l’ansia sia necessariamente la causa iniziale del disturbo. Una comunicazione clinica corretta deve evitare sia di psicologizzare impropriamente il paziente sia di ignorare i fattori cognitivi ed emozionali che possono mantenere la sintomatologia.
Trattamento e riabilitazione
Non esiste un unico protocollo valido per tutti i pazienti. Il trattamento deve dipendere dalla diagnosi, dai deficit documentati, dalle attività che provocano i sintomi e dal modo in cui il paziente ha sviluppato strategie di compensazione.
La riabilitazione può comprendere esercizi di stabilizzazione dello sguardo, movimenti progressivi del capo, attività di equilibrio, esposizione graduata al movimento visivo e lavoro specifico sulle funzioni binoculari o oculomotorie, quando risultino effettivamente alterate.
L’obiettivo non è semplicemente sopprimere il sintomo, ma migliorare la capacità del sistema nervoso di integrare in modo efficace le informazioni visive, vestibolari e somatosensoriali.
La scelta degli esercizi, la loro intensità e la progressione devono essere personalizzate. Una stimolazione insufficiente può non produrre adattamento, mentre una stimolazione eccessiva può aumentare i sintomi, la paura e l’evitamento.
Perché è necessaria una formazione specifica
La complessità della dizziness visivamente indotta rende difficile affrontare il problema attraverso una sola prospettiva professionale.
Il fisioterapista può osservare il controllo posturale, la stabilizzazione dello sguardo, la sensibilità ai movimenti del capo e la dipendenza visiva. L’optometrista può valutare la qualità della correzione ottica, la funzione binoculare, l’accomodazione e l’oculomotricità. L’osteopata può riconoscere e trattare eventuali componenti muscoloscheletriche associate, evitando però di attribuire automaticamente ogni forma di dizziness al rachide cervicale.
Per tutti questi professionisti è essenziale saper riconoscere i limiti della propria valutazione e individuare i casi che richiedono un approfondimento medico, neurologico o otoneurologico.
Una formazione specifica consente quindi non solo di conoscere gli esercizi utilizzabili, ma soprattutto di selezionare correttamente i pazienti, interpretare i reperti clinici, formulare ipotesi coerenti e costruire un intervento interdisciplinare.
Conclusioni
La visione può provocare o amplificare dizziness, nausea e instabilità, ma raramente il problema può essere ricondotto in modo semplicistico agli occhi o ai muscoli oculari.
Il paziente trae maggiore beneficio da un approccio interdisciplinare capace di integrare valutazione visiva, vestibolare, posturale e somatosensoriale.
Il principio fondamentale è evitare due errori opposti: considerare ogni vertigine come esclusivamente labirintica oppure attribuire ogni sintomo evocato dalla visione a un difetto degli occhi.
La valutazione corretta deve invece individuare quale componente del sistema multisensoriale sia alterata, quale rappresenti una compensazione e quale contribuisca realmente alla persistenza dei sintomi. Solo da questa distinzione può derivare un programma riabilitativo realmente mirato.
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Dr. Vittorio Roncagli, Optometrista
